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Pianura Padana

Pianura Padana

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Valpadana” rimanda qui. Se stai cercando l’azienda italiana produttrice di macchine agricole, vedi Valpadana (azienda).
Pianura padano-veneta-romagnola
Pia padana.jpg

Immagine dal satellite dell’Italia settentrionale: la Pianura Padana è la zona verde, (in falsi colori), all’interno dell’ovale rosso, estendentesi nella pianura veneto-friulana a est.

Stati Italia Italia
Regioni Piemonte Piemonte
Lombardia Lombardia
Emilia-Romagna Emilia-Romagna
Veneto Veneto
Friuli-Venezia Giulia Friuli-Venezia Giulia
Fiume Po
Superficie 47 820 km²
Abitanti 20 000 000 ca. (2007)

Coordinate45°19′49″N 9°47′56″E (Mappa)

La Pianura Padana, detta anche Padano-venetaPianura Padano-veneto-romagnola o Val Padana[1] (valle che si riferisce al bacino idrografico del fiume Po, dalla valle Po al suo delta), è una pianura alluvionale, una regione geografica, unitaria dal punto di vista morfologico e idrografico[2], situata in Europa meridionale che si estende lungo l’Italia settentrionale, compresa principalmente entro il bacino idrografico del fiume Po delimitato dalle Alpi e Prealpi italiane a nord e ovest, dall’Appennino settentrionale a sud e dall’Alto Adriatico a est, comprendendo parti delle regioni PiemonteLombardiaEmilia-RomagnaVeneto e Friuli-Venezia Giulia comprese orientativamente nell’isoipsa dei cento metri di quota.

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

L’aggettivo padano deriva dal latino padanus, a sua volta derivante dall’idronimo Padus, cioè il nome del PoPadus sembra correlato con Bodinkòs o Bodenkùs, il nome dato al fiume dai celtoliguri e originatosi a partire da una radice indoeuropea (*bhedh-/*bhodh-) che indica “scavare”, o “render profondo”, la stessa radice da cui derivano i termini italiani “fossa” o “fossato”, indicando così tutta la depressione geografica della zona fluviale in oggetto[3].

Il latino padanus ha inoltre dato origine al toponimo Padania[4], altra voce che designa la Pianura Padana. Seppur più recente, Padania compare già nel 1903 in un articolo della Società Geografica Italiana scritto da Gian Lodovico Bertolini e intitolato Sulla permanenza del significato estensivo del nome di Lombardia,[5] mentre pochi anni dopo il prof. Angelo Mariani pubblica per i tipi Hoepli un manuale dal titolo Geografia economico sociale dell’Italia in cui Padania si riferisce al territorio a nord dell’Appennino, Appenninia e Corsica costituiscono le rimanenti aree italiane[6]. Nella seconda metà del XX secolo è stato impiegato dall’enciclopedia Il Milione dell’Istituto Geografico De Agostini[7] e nel volume I Paesaggi Umani edito dal Touring Club Italiano[8].

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Il Monviso visto dalla pianura padana piemontese

La pianura e le Alpi alle spalle

Il Po a Torino

Con una superficie di circa 47 820 km²[2], è una delle più grandi pianure europee e la più grande dell’Europa meridionale, occupa buona parte dell’Italia settentrionale, dalle Alpi Occidentali al mare Adriatico, e ha all’incirca la forma di un triangolo. Quasi al centro scorre il fiume Po, che l’attraversa in direzione ovest-est. È bagnata, oltre che dal Po e dai suoi numerosi affluenti, anche da AdigeBrentaPiaveTagliamentoReno e dai fiumi della Romagna nei loro bassi corsi dallo sbocco in pianura fino alla foce.

A nord-est, oltre l’Adige per alcuni, oltre la catena dei Colli Euganei e la laguna di Venezia per altri, la pianura assume la denominazione di pianura veneto-friulana. Queste due aree pianeggianti contigue sono separate dall’Europa Centrale dalla catena alpinaspartiacque geografico e climatico, e sono quindi considerate parte dell’Europa Meridionale, anche se la parte nord-orientale viene considerata mitteleuropea in talune fonti bibliografiche[9] ovvero nella Comunità di lavoro Alpe Adria. Le Alpi, le Prealpi, i rilievi delle Langhe e del Monferrato delimitano quindi la pianura padana lungo i versanti nord, ovest e sud-ovest, il versante meridionale è invece chiuso dalla catena degli Appennini mentre a est è bagnata dall’Adriatico.

A sud-est, invece, sembra che fino all’inizio della seconda metà del XX secolo, fosse ancora visibile una lastra di pietra verticale, accanto alla costa, nella zona estrema a sud della Romagna, a Cattolica, recante una scritta simile: “Qui comincia la Pianura Padana“. Per definirla viene anche usato, sia pur raramente, il toponimo bassopiano padano. Altro termine entrato recentemente nell’uso comune è quello di Padania, che viene anche diversamente utilizzato in altri ambiti, come quello politico, per indicare un’area dell’Italia Settentrionale in parte coincidente con la pianura stessa.

Alta e bassa pianura[modifica | modifica wikitesto]

Val padana in provincia di Mantova: sul fondo le montagne

La Pianura Padana comprende tre zone con differenti caratteristiche: l’alta pianura, la bassa pianura e le risorgive. Gli aggettivi “alta” e “bassa” si riferiscono all’altitudine e non alla latitudine.

Vi è una netta distinzione tra le due fasce, differenti non solo per l’altezza, ma anche per la natura dei terreni, il regime delle acque e la vegetazione. L’alta pianura, detta anche pianura asciutta, si stende ai piedi delle Prealpi e del pedemonte degli Appennini; il suolo è permeabile, composto da sabbie e ghiaie, e non riesce a trattenere l’acqua piovana. Perciò questa penetra per decine di metri sotto la superficie, fino a incontrare uno strato di materiale impermeabile. Sulle rocce impermeabili l’acqua scorre fino al punto in cui ha la possibilità di riaffiorare dalla falda freatica, dando origine ai fontanili o risorgive. Tali sorgenti, grazie alla temperatura costante (compresa tra i 9 e i 12 °C) delle loro acque, hanno permesso la diffusione nelle aree interessate di particolari coltivazioni a prato chiamate marcite.

In corrispondenza della linea delle risorgive incomincia la bassa pianura, detta anche pianura irrigua. Questa ha invece suoli formati da materiali più fini, argille di solito, impermeabili o poco permeabili, dove le acque ristagnano originando facilmente paludi e acquitrini. Un tempo la Pianura Padana era ricoperta da foreste nella parte più umida (bassa pianura) e da brughiere in quella più arida (alta pianura).

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Tipico scenario estivo della bassa pianura padana: le campagne di Soresina, in provincia di Cremona, coltivate intensivamente

Panorama sulle risaie vercellesi e il fiume Po dalle colline del Monferrato. Le risaie contraddistinguono un’ampia zona della pianura padana compresa tra Piemonte e Lombardia

Panorama dell’alta pianura nel territorio di Origgio, nell’Altomilanese. Sullo sfondo il monte Rosa

Pioppi in pianura padana

Scorcio pianura padana

Panorama in pianura padana

La Pianura Padana ha un clima temperato umido con estate molto calda (classificazione Köppen-Geiger Cfa).

Il clima è caratterizzato da un’ampia escursione termica annuale con temperature medie basse in inverno (-1º/2 °C) e alte in estate (le medie massime estive oscillano dai 25 °C misurati a Cuneo ai 28 °C della stazione meteorologica di Milano Brera)[10]. Nella stagione fredda, le temperature minime possono attestarsi anche diversi gradi al di sotto dello zero nelle ore notturne, e talvolta permanere negative o prossime allo zero anche nelle ore centrali del giorno (specialmente in caso di nebbia); nella stagione invernale, causa il ristagno dell’aria le temperature massime si attestano su valori decisamente bassi: in alcuni casi si possono registrare, anche se di poco, giornate di ghiaccio ossia con valori termici che restano negativi anche durante il giorno, con fenomeni come la galaverna. In estate invece le temperature massime possono toccare, in caso di anticiclone subtropicale, punte di 38 °C, talvolta, superiori. Recenti misurazioni di questi valori estremi: nell’estate 2003, con l’anticiclone subtropicale, sono stati toccati i 41º/43º; nel gennaio e nel dicembre 2009, grazie all’effetto albedo e all’inversione termica, si sono toccati i -12º/-14º, mentre nel febbraio 2012 si è scesi a -23/-18 °C nella pianura occidentale[11].

La piovosità è concentrata principalmente nei mesi primaverili e autunnali, ma nelle estati calde e umide sono frequenti i temporali, soprattutto a nord del Po. La caratteristica conformazione “a conca” della Pianura Padana fa sì che sia in inverno sia in estate vi sia un notevole ristagno dell’aria (è una delle aree meno ventilate d’Italia), con effetti diversi nelle due stagioni. In inverno, per via della protezione dalle correnti marittime offerta da Alpi e Appennini, quando vi è un accumulo di freddo e scarsità di vento, si vengono a creare le condizioni per la formazione di inversioni termiche.

A causa di questo fenomeno sul settore centro occidentale si verificano nevicate di rilievo quando aria calda e umida, sospinta da una depressione sui mari a ovest dell’Italia, affluisce, dai quadrati meridionali, sopra uno spesso strato di aria fredda, preesistente, intrappolata dal sistema orografico; sono le cosiddette “nevicate da raddolcimento” o da “cuscino freddo”; esse segnano generalmente il passaggio tra il dominio dell’anticiclone freddo e le correnti cicloniche atlantiche; in queste condizioni le massime precipitazioni nevose si verificano sul Piemonte e sulla Lombardia occidentale, dove il “cuscino” si presenta più spesso e tenace, talvolta possono estendersi all’Emilia occidentale, mentre sulla Romagna e sul Triveneto, con tale configurazione, è più frequente la pioggia anche se la temperatura al suolo è prossima allo zero in quanto il cuscino di aria fredda è qui meno spesso e i venti caldi in quota provocano l’innalzamento dello zero termico con conseguente fusione della neve prima del suo contatto col suolo; può capitare che nevichi su Piemonte e ovest Lombardia, mentre piove non solo sul settore centro orientale, ma anche sull’Appennino Tosco Emiliano investito direttamente dai venti caldi meridionali.

Sul settore nord orientale, le nevicate, meno frequenti e abbondanti, sono legate di preferenza agli afflussi di masse di aria fredda da NE al suolo o in quota; esse interessano più direttamente la costa veneta e la Romagna; la pianura veneta settentrionale può beneficiare, a volte, di temporanei cuscini freddi in grado di garantire nevicate da scorrimento caldo, che solitamente evolvono in pioggia.

Cadute di neve particolarmente abbondanti possono manifestarsi con circolazioni depressionarie che dal Tirreno si spostano verso le regioni centrali e il medio Adriatico, quando è presente un anticiclone sull’Europa centrale; in tali condizioni, l’aria calda e umida che affluisce in quota dai quadranti meridionali contrasta con l’aria fredda richiamata da NE negli strati più bassi; il marcato contrasto tra le due masse d’aria e il sollevamento determinato dalla presenza dei rilievi appenninici, perpendicolari alle correnti, determinano nevicate più abbondanti via via che ci si avvicina all’Appennino. Tale situazione è particolarmente favorevole alle nevicate sull’Emilia Romagna e sul basso Piemonte e spiega la maggiore nevosità del pedemonte emiliano romagnolo rispetto alla bassa pianura. Non è raro che in tali condizioni la pianura a nord del Po, meno esposta ai venti di settentrionali, si trovi in condizioni di tempo piovoso o venga risparmiata dai fenomeni grazie a effetti favonici.[12]

In questa stagione vi sono tuttavia anche diverse giornate più secche, ma comunque sempre rigide, poiché entra direttamente sulla pianura vento freddo dalla “porta della bora” (da nord-est) e dalla valle del Rodano (da nord-ovest) sotto forma di fohn freddo. In alcune occasioni soffia anche il buran, vento orientale di origine russa che qualche volta riesce a raggiungere la Pianura Padana sferzandola con intense raffiche gelide. Ed è proprio in questi casi che fanno spesso la comparsa intense bufere di neve, con copiose precipitazioni derivanti da perturbazioni provenienti dalle latitudini polari, rinforzate dal vento freddo già presente sulla pianura. Le zone più nevose sono quelle a ridosso dell’Appennino del piacentino, tra Modena e Bologna oltre al basso Piemonte e alla bassa Lombardia occidentale.[13][14]

Per contro, nelle zone ai piedi delle Alpi possono soffiare venti di caduta (occidentali e nord-occidentali in Piemonte e Valle d’Aosta, settentrionali in Lombardia), come il comune föhn, che, oltre a rendere il cielo limpidissimo, porta giornate più miti e secche (l’umidità relativa può scendere anche fino al 10%) anche in pieno inverno. Cessato questo vento però, se il cielo è sereno, le temperature calano sensibilmente nella notte (anche 10 °C in 3-5 ore). La catena alpina esplica un’azione di difesa verso le perturbazioni invernali, ma, come detto, ostacola anche il passaggio di masse d’aria umide e temperate di origine atlantica, che in tal caso non riescono a mitigare il clima come nelle regioni atlantiche europee. Il bacino della Pianura Padana, delimitato dalle Alpi a nord e a ovest e dagli Appennini a sud che la isolano dalla regioni limitrofe, ha quindi un clima a sé, diverso in particolare dal comune clima mediterraneo a cui di solito viene abbinata l’Italia. Il mare Adriatico peraltro si limita a mitigare solo le zone costiere della pianura romagnola, veneta e friulana, poiché troppo basso e lungo per incidere profondamente sul clima padano, mentre le masse d’aria calda provenienti dal mar Ligure vengono bloccate dall’Appennino ligure e dalle ultime propaggini delle Alpi.

In estate, invece, l’effetto cuscinetto della Pianura Padana produce effetti opposti, favorendo il ristagno di aria calda e molto umida che produce temperature alte, connesse a tassi di umidità altrettanto alti, che causano frequenti giornate molto calde e afose (specialmente in presenza dell’anticiclone africano). Tale umidità, inoltre, tende spesso a scaricarsi sotto forma di violenti temporali e grandine, che portano temporaneo refrigerio e permettono di rimescolare le masse d’aria, causando un rapido ridimensionamento termico. Ma di solito questa situazione dura poco, con un veloce aumento delle temperature e degli indici di umidità.

Questa regione geografica è una zona di “transizione”, nel continente europeo, tra il tipico clima mediterraneo (a sud) e quello oceanico o marittimo temperato (a nord, nord-ovest). Secondo la classificazione dei climi di Köppen il clima che caratterizza la pianura del Po è detto “Cfb” per le zone più fredde (Cuneo, Novara) o “Cfa – Humid Temperate” (quello mediterraneo è “Csa, Csb – Mediterranean“).[15][16] Alla luce delle caratteristiche evidenziate, in linea generale, si può definire il clima della Pianura Padana anche come continentale.[17]

Una delle caratteristiche del clima padano, comune a tutta la pianura, è la scarsità della ventilazione, che in estate rende le giornate ancora più calde e afose e in generale accresce i livelli d’inquinamento dell’aria, contribuendo a fare della Pianura Padana una delle zone più inquinate d’Europa.[18][19] La particolare posizione geografica, che la vede chiusa tra alte catene montuose e aperta solo sul lato orientale, ostacolando in parte i venti e favorendo l’accumulo di forte umidità nell’aria, è causa del noto fenomeno della nebbia. Le località con maggior numero di giorni di nebbia in Italia sono infatti quelle dell’area padana, soprattutto verso la zona del delta.

Geologia[modifica | modifica wikitesto]

L’attività dei fiumi presenti è la principale causa della formazione dell’ambiente attuale di pianura alluvionale con significativi condizionamenti dovuti alle glaciazioni e ai fenomeni di subsidenza differenziali in corrispondenza di sinclinali e anticlinali sepolte.

Carmagnola, campagne nei pressi del fiume Po

Il suo assetto contemporaneo è il risultato dell’azione di numerosi corsi d’acqua che hanno, in successivi tempi geologici e storici, asportato e apportato sedimenti fluviali al bacino marino costiero, soggetto a fenomeni di subsidenza, che occupava l’odierna Pianura Padana. In particolare la gran parte dei depositi superficiali affioranti è il prodotto dell’attività fluviale, successiva alla glaciazione Würm che si concluse circa 18 000 anni fa. Lo scioglimento dei ghiacciai, liberando una gran quantità d’acqua in tempi geologicamente brevi ha comportato l’erosione dei grandi corpi morenici, edificati precedentemente dall’attività dei ghiacciai; i materiali erosi a monte o in prossimità dei depositi morenici deposti all’inizio delle vallate, furono deposti a valle.

Tuttavia, al di sotto dei depositi continentali fluviali e fluvio-glaciali (che presentano spessori di svariate centinaia di metri) si sviluppa un basamento di origine marina con assetto strutturale complesso e non priva di significato neotettonico. Sin dal tardo Cretacico, infatti, la Pianura Padana ha rappresentato la parte frontale di due catene di opposta convergenza: l’Appennino settentrionale e le Alpi meridionali. Studi sulla base della sequenza plio-quaternaria nella porzione centrale e meridionale della Pianura Padana, mostrano lo sviluppo di una serie di bacini sedimentari di tipo sin-orogenetici formatisi a seguito di movimenti ricollegabili a varie fasi tettoniche; la porzione settentrionale della pianura, invece, presenta una struttura monoclinale immergente verso sud.

L’aspetto finale della Pianura Padana si è raggiunto con il riempimento definitivo (cominciato nel Pliocene), con depositi dapprima marini e poi continentali, dei bacini ampiamente subsidenti delle avanfosse padane. Sebbene la definitiva strutturazione del substrato sepolto venga tradizionalmente associata a una fase tettonica pliocenica media-inferiore (databile dalla discordanza esistente tra i sedimenti plio-pleistocenici marini e il substrato più antico), è opinione sempre più diffusa che i depositi alluvionali quaternari siano stati coinvolti in fasi neotettoniche, condizionando così anche la morfogenesi più recente.

Mitologia[modifica | modifica wikitesto]

Nella mitologia greca classica la Pianura Padana è uno dei teatri dove si svolge una parte delle cosiddette “fatiche di Eracle” o Brân, come chiamato dai Celti. La decima e undicesima fatica di Eracle interessano la valle del Po considerato dai Greci come un fiume che nasce nella terra degli Iperborei.

Nella decima fatica definita “Il bestiame di Gerione” nel suo ritorno dall’occidente iberico durante la traversata delle Alpi Liguri, Eracle “tagliò una strada dove potessero comodamente passare il suo esercito e le sue salmerie; disperse anche le bande di briganti che infestavano il passo e poi entrò nell’attuale Gallia cisalpina.” Nell’undicesima fatica definita “I pomi delle Esperidi” Eracle, che non sapeva quale direzione prendere per giungere al giardino delle Esperidi, camminò attraverso l’Illiria fino al fiume Po, patria del profetico dio del mare Nereo. Quando Eracle finalmente giunse al Po, le ninfe del fiume, figlie di Zeus e di Temi, lo condussero presso Nereo addormentato. Eracle agguantò il canuto dio del Mare e senza lasciarselo sfuggire di mano nonostante le sue continue proteiche metamorfosi (Proteo), lo costrinse a riverargli il modo per impossessarsi delle mele d’oro.”[20]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Età antica[modifica | modifica wikitesto]

Liguri e palafitticoli[modifica | modifica wikitesto]

Al principio, quando ancora nessun popolo di origini greche né di origini tirreniche vi aveva messo piede, la Pianura Padana orientale si sostiene che fosse abitata da Liguri (intorno al XX secolo a.C.), i quali non solamente compaiono nelle leggende del delta padano (vedi sezione sotto), ma avrebbero lasciato tracce (linguistiche e artigianali) riscontrabili nell’area archeologica prossima alla costa adriatica settentrionale.[21] Ai Liguri si attribuisce la formazione dei primi villaggi padani detti dei Terramaricoli;[22] società che ben si adatta con quella della media e recente età del Bronzo: facies delle palafitte e degli abitati arginati. Per quanto riguarda l’area adriatica che interesserà maggiormente i Greci, va detto che nonostante sia uso comune datare la fine delle società palafitticole con l’ultimo periodo del Bronzo, ciò non è sempre esatto: ad Adria, ad esempio, forse per il terreno eccessivamente paludoso che non permetteva altro tipo di costruzione, si sono ritrovate tracce di società palafitticola risalente alla piena età del Ferro: del VI e V secolo a.C.[23]

Siculi e Liburni[modifica | modifica wikitesto]

Un passo dell’antico romano Plinio il Vecchio chiarisce la successione di popoli per la parte di pianura Padana sud-orientale:

(LA)«Ab Ancona Gallica ora incipit Togatae Galliae cognomine. Siculi et Liburni plurima eius tractus tenuere, in primis Palmensem, Praetutianum Hadrianumque agrum. Umbri eos expulere, hos Etruria, hanc Galli. Umbrorum gens antiquissima Italiae exstimatur, ut quos Ombrios a Graecis putent dictos quod in inundatione terrarum imbribus superfuissent.» (IT)«Da Ancona ha inizio la costa gallica detta Gallia Togata. La maggior parte di questa zona fu possesso di Siculi e dei Liburni, e lo furono in particolare i territori palmense, pretuzio e di Adria. Quelli furono scacciati dagli Umbri, costoro dagli Etruschi, gli Etruschi dai Galli. La popolazione umbra è ritenuta la più antica d’Italia: si crede infatti che gli Umbri fossero chiamati Ombrii dai Greci, perché sarebbero sopravvissuti alle piogge quando la Terra fu inondata.»
(Plinio il VecchioNaturalis historia, III, 112.[24])

La Gallia Togata di cui parla Plinio è la Gallia Cisalpina, detta così perché considerata civilizzata (dalla toga, veste romana) in contrapposizione alla Gallia ancora di usi e costumi barbari, ovvero la Gallia Comata (dai lunghi capelli dei Barbari).[25] Plinio è abbastanza chiaro: dalla costa di Ancona, per cui dalla fine delle Marche verso l’Emilia Romagna, ha inizio il territorio dei Galli Togati (ai tempi dei Romani i Galli occupavano già da tempo, in maniera stabile, quelle regioni[N 1]). Qui, sostiene lo storico romano, dominarono nei tempi più antichi Siculi e Liburni.

Di seguito Plinio ricorda che questi due popoli, stavolta nel Piceno meridionale (egli, palesemente, non si sta più riferendo alla Gallia Togata[26]), avevano preso possesso soprattutto dell’agro del Palmense, del Pretuzio e dell’Atriatico – si tratta dell’Atria abruzzese, non di quella veneta. Plinio prosegue infine con l’ordine cronologico dei popoli che abitarono la Gallia Togata (poiché la citazione delle aree abruzzesi era solo un excursus in mezzo al discorso incentrato sui Galli).[26]

Tra i popoli più antichi stanziatisi nella bassa val Padana quelli che maggiormente innescano degli interessanti interrogativi sono i Siculi, poiché gli altri due (Liguri e Liburni) si sono successivamente affermati in località non distanti dal contesto padano: i Liguri, a occidente della pianura colonizzarono la Liguria, che da essi ha tratto il nome, i Liburni si affermarono nel lato orientale del medio-alto Adriatico, nella Liburnia. Ma la terra alla quale i Siculi imposero il loro nome, la Sicilia, sorge a grande distanza dal contesto del passo pliniano. Eppure una connessione tra questi popoli esiste ed è data principalmente dallo storico siracusano Filisto, il quale sostiene che i Siculi altro non erano che Liguri[27] (la sua affermazione è però guardata con sospetto dalla storiografia moderna a causa degli interessi degli antichi Siracusani in Italia[28]).[N 2]

Una delle tavole eugubine, sette in tutto (risalenti al III secolo a.C.), scritte dagli Umbri, popolo che secondo Strabone colonizzò Rimini e Ravenna

L’altro popolo dominante, i Liburni, è stato a sua volta identificato, se pur sporadicamente, da diversi storici del XVIII e XIX secolo con i Liguri[29] e alle volte anche con i Siculi.[30] In verità molto poco si conosce sulle rispettive origini di questi popoli; due di essi però, Siculi e Liburni, sono stati in epoca più contemporanea posti in connessione con gli antichi Popoli del Mare.

Umbri e Pelasgi[modifica | modifica wikitesto]

Gli Umbri sono indicati da Plinio come i più antichi abitatori dell’Italia, sopravvissuti all’inondazione delle terre. Ma a parte la certezza, pliniana, che si insediarono nella bassa Padana dopo aver cacciato Siculi e Liburni, non è semplice tuttavia stabilire se essi vi arrivarono prima o dopo di un altro nuovo popolo, di cui Plinio non fa menzione nella sua cronologia ma che è invece attestato da diverse fonti antiche: il popolo dei Pelasgi. Costoro, afferma Diodoro Siculo, giunsero nella pianura del Po dopo essere fuggiti dalla Tessaglia all’epoca del diluvio di Deucalione (la versione greca del diluvio universale).[31] Se però la notizia di Diodoro viene conciliata con quella riferita da Strabone, ovvero che i Tessali fondarono Ravenna ma che a causa dell’aggressività dei Tirreni la cedettero agli Umbri, si può affermare, pur sempre con prudenza – poiché l’etnonimo tirrenico, ancora prematuro per l’area padana, è molto probabilmente frutto della pubblicistica siracusana d’epoca classica -, che i Pelasgi giunsero in queste terre prima degli Umbri; considerando che i Tessali di Strabone sono identificabili con i Pelasgi della Tessaglia citati dal passo diodoreo.[32]

Cratere attico del pittore dei Niobidi, rinvenuto nella valle Trebba di Spina (IV sec. a.C.museo archeologico nazionale di Ferrara)

I Pelasgi sono inoltre indicati come i fondatori della polis deltizia sopra Ravenna: Spina.[33] Questi protogreci[34] giunsero in Italia perché l’oracolo di Dodona aveva detto loro che dovevano cercare «la terra dei Siculi»; la Saturnia (nel Lazio), ma una tempesta li condusse alle bocche del Po, per cui essi si stanziarono prima nella bassa pianura Padana.[35]

Cultura villanoviana, Veneti, Greci ed Etruschi[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo nell’alto Adriatico faceva la sua comparsa la cultura protovillanoviana (XIIX secolo a.C.), seguita dalla cultura villanoviana (IXVIII secolo a.C.), la cui principale caratteristica era la sepoltura a incinerazione. Il suo nome deriva dal sito archeologico scoperto a Bologna (antica Felzna, capitale padana degli Etruschi).[36]

La cultura villanoviana è strettamente connessa con gli Etruschi, perché essa copre quasi la stessa identica porzione di penisola italica nella quale si estese la Tirrenia/Etruria (Toscana, Lazio, parte della Campania e ampie aree della pianura Padana).[37] Intorno al IX secolo a.C. nella parte nord-orientale della pianura Padana giunse il popolo dei Veneti.[38] Essi, di probabile origine asiatica (forse giunti dalla Paflagonia, in quanto probabili discendenti degli Eneti)[39] trovarono già insediati nel medesimo sito le popolazioni dette degli Euganei, che a seguito dell’arrivo del nuovo ethnos cercarono rifugio nelle valli delle Alpi orientali.[40]

La prima frequentazione ellenica dell’alto Adriatico si fa risalire alla civiltà micenea (anteriore al X secolo a.C.)[41] e prosegue con la navigazione degli euboici.[42] Qui inoltre, si sostiene, vennero ambientate molte delle arcaiche leggende dei Greci (come parte della saga degli Argonauti[43] e dell’Odissea di Omero[44]), risalenti a un lasso di tempo che si stima vada dal IX agli inizi dell’VIII secolo a.C. I primi contatti dei Greci con gli Adriatici precedettero quindi l’arrivo e l’influenza degli Etruschi sulla Pianura Padana (la formazione della cultura etrusca si data alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., mentre la colonizzazione della cosiddetta Etruria padana ebbe la sua fase maggiore solo nel VI secolo a.C.[45]). Gli Etruschi furono a loro volta testimoni di un nuovo arrivo nella valle del Po: l’avvento gallico. La prima invasione gallica si data al IV secolo a.C.; i Greci di Siracusa giunsero nel delta padano a seguito di ciò.[46]

Età romana[modifica | modifica wikitesto]

Nella repubblica romana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Modena (218 a.C.)Battaglia della Selva LitanaBattaglia di Modena (193 a.C.)Battaglia di Modena e Gallia Cisalpina.

Nell’impero romano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di CremonaAssedio di Piacenza (69)Battaglia di Piacenza (271)Battaglia di Verona (312)Battaglia di Verona (403) e Battaglia di Ravenna (432).

Età medievale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Gonzaga e Repubblica di Venezia.

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

A seguito dell’approvazione della prima legge forestale italiana n. 3917/1877 [47][48], che tolse la tutela dai boschi dal livello del mare al limite superiore del castagno, fu favorito un massiccio disboscamento delle aree boscate che si erano ancora conservate fino ad allora. Rimasero boscate solo alcune proprietà come il Bosco Fontana, varie riserve di caccia, come quelle lungo il fiume Ticino, e alcune aree dell’alta pianura non irrigua, ove i terreni erano poco adatti all’uso agricolo, corrispondenti ad esempio agli attuali Parco delle Groane e Parco della Pineta di Appiano Gentile e Tradate.

Inquinamento[modifica | modifica wikitesto]

A causa della scarsa ventilazione della Pianura Padana, soprattutto occidentale, dell’industrializzazione e dell’alta densità di popolazione (particolarmente in Lombardia, ma distribuita su tutta l’area di pianura, che conta circa 20 milioni di abitanti[49]), dagli anni sessanta è molto cresciuto il problema dello smog e dell’inquinamento dell’aria in genere, inquinamento che non colpisce solo le grandi città o le aree industriali ma che si distribuisce a interessare l’intera macroregione. I telerilevamenti da satellite mostrano come l’inquinamento dell’aria nella Pianura Padana sia il più grave in Europa, quarto nel mondo[50]. Inoltre, a differenza delle altre grandi pianure europee, la Pianura Padana è quasi totalmente coltivata, lasciando spazi irrisori a boschi e altri ambienti naturali.

Alcune amministrazioni provinciali e regionali, ad esempio la provincia di Milano e quella di Lodi, stanno prodigandosi per migliorare i pochissimi ambienti naturali rimasti nella pianura e per crearne artificialmente altri, ad esempio col progetto “Dieci grandi foreste per la pianura”[51] della Regione Lombardia. Altre province restano in transizione verso un’agricoltura meno intensiva e più estensiva, creando i cosiddetti corridoi ecologici, con l’obiettivo di proteggere la residua biodiversità di una macroregione geografica tra le più impoverite d’Europa.

Secondo uno studio del giugno 2014 dell’Università di Modena e Reggio Emilia, la concentrazione di polveri sottili nel corso dei precedenti 14 anni è diminuita significativamente in tutto il bacino padano, tra l’1 e il 4% ogni anno, ed è stato dimostrato come tali diminuzioni “siano in parte dovute a miglioramenti tecnologici relativi alle sorgenti emissive” (miglioramento dell’efficienza dei motori dei veicoli e dei sistemi di emissione).[52][53]

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Grazie alla fertilità, la vicinanza geografica dei mercati esteri, la superficie pianeggiante e il conseguente agevole collegamento fra città e la costruzione di infrastrutture più facile rispetto al resto del complesso territorio italiano, la Pianura Padana gode oggi di una robusta economia diversificata grazie anche alla buona distribuzione, quantomeno nella parte orientale, della popolazione in diversi centri urbani medio-grandi che costituiscono ottimi punti di riferimento produttivi, logistici e industriali (VeronaPadovaBresciaBergamoPiacenzaParmaReggio EmiliaModena e Bologna) immersi nella campagna ad altissima meccanizzazione agricola circostante. Nella parte occidentale, che è comunque produttiva ma con un reddito pro-capite leggermente più basso, la popolazione si concentra principalmente nei grossi poli dell’ex triangolo industriale (TorinoMilano e Genova), che hanno un peso demografico molto più imponente.

Nella Pianura Padana si concentrano diverse aree agricole e industriali, tra le più importanti all’interno dell’economia italiana. Coltivazioni tipiche sono il grano e il mais. Nella pianura trovano spazio anche coltivazioni destinate all’industria di trasformazione, come la barbabietola da zucchero per gli zuccherifici. Diffuso è l’allevamento intensivo dei bovini e suini. Sono sviluppate tutte le industrie manifatturiere, soprattutto nelle regioni nordoccidentali. Importanti sono anche il turismo, il settore bancario e il commercio.

Pianura Padana1.jpg

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative
  1. ^ Senoni ad Ancona e i Boi sotto il Po.
  2. ^ Certamente risulta quanto meno curioso (e depone a favore della tesi di Filisto o della propagandistica siracusana) il fatto che secondo Virgilio (Eneide, X 186) il capo dei Liguri sarebbe stato Cunaro (CunerosCinirus), il cui nome si collega direttamente ad Ancona, colonia dei Siracusani, dove si erge il monte Conero, omonimo del condottiero ligure virgiliano (come sostenne già Servio), e dove un tempo, come attesta Plinio, sorgevano colonie dei Siculi. Questo monte è ricordato anche nel testo pliniano con il toponimo di Cunero: «Ancona ad- posita promunturio Cunero» (Plinio, III 111). Cfr. Rossignoli, p. 176; Luca Antonelli, I Piceni: corpus delle fonti, 2003, p. 31.
Fonti
  1. ^ De Agostini, enciclopedia, voce Padana, pianura-, su sapere.it. URL consultato il 27 maggio 2013 (archiviato il 6 marzo 2013).
  2. ^ Salta a:a b http://www.treccani.it/enciclopedia/pianura-padana/ Archiviato il 9 maggio 2013 in Internet Archive. Voce relativa su enciclopedia Treccani
  3. ^ Cfr. la voce fossa in Alberto Nocentini, l’Etimologico. Dizionario etimologico della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 2010. ISBN 978-88-0020-781-2
  4. ^ Padania, Treccani. URL consultato il 4 agostoo 2020.
  5. ^ Gian Lodovico Bertolini, Sulla permanenza del significato estensivo del nome di Lombardia, in Bollettino della Società geografica italiana, XXXVII, Roma, 1903, pp. 345-349.
  6. ^ Angelo Mariani, Geografia economico sociale dell’Italia, Milano, Hoepli, 1910.
  7. ^ Il Milione, edizione 1981, vol. III, p. 73 e p.111
  8. ^ Che cos’è la “Padania”? Origini del nome e del concetto, Blitz Quotidiano. URL consultato il 4 agosto 2020.
  9. ^ Band 16, Bibliographisches Institut Mannheim/Wien/Zürich, Lexikon Verlag 1980
  10. ^ Clima di Milano, su comune.agratebrianza.mi.it. URL consultato il 25 dicembre 2010 (archiviato dall’url originale il 7 agosto 2009).
  11. ^ febbraio 2012: aggiornamenti su neve e gelo in italia, su nimbus.it. URL consultato l’8 agosto 2012 (archiviato il 14 giugno 2012).
  12. ^ Copia archiviata, su marcopifferetti.altervista.org. URL consultato l’8 agosto 2016 (archiviatoil 16 settembre 2016).
  13. ^ Copia archiviata, su meteoweb.eu. URL consultato il 19 gennaio 2016 (archiviato il 26 gennaio 2016).
  14. ^ Copia archiviata (GIF), su marcopifferetti.altervista.org. URL consultato l’8 agosto 2016(archiviato il 22 marzo 2016).
  15. ^ Copia archiviata, su koeppen-geiger.vu-wien.ac.at. URL consultato il 19 novembre 2015(archiviato il 17 luglio 2010).
  16. ^ Copia archiviata, su meteogiornale.it. URL consultato il 19 novembre 2015 (archiviato il 19 novembre 2015).
  17. ^ Copia archiviata, su centrometeoitaliano.it. URL consultato il 19 novembre 2015 (archiviato il 19 novembre 2015).
  18. ^ (ENAtlante eolico italiano Archiviato il 15 marzo 2008 in Internet Archive.
  19. ^ (ENMappa dell’inquinamento in Europa[collegamento interrotto]
  20. ^ I miti greci – R.Graves, traduzione di Elisa Morpurgo – Longanesi & C, Milano 1985 – Pg.455-471
  21. ^ Cfr. Rivista archeologica della provincia e antica diocesi di Como, 1908, p. 135; Emilia preromana vol. 8-10, 1980, p. 69; Istituto internazionale di studi liguriStudi genuensi, vol. 9-15, 1991, p. 27.
  22. ^ Cfr. Fausto Cantarelli, I tempi alimentari del Mediterraneo: cultura ed economia nella storia alimentare dell’uomo, vol. 1, 2005, p. 172.
  23. ^ Cfr. Adria, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Vd. anche Anna Maria Chieco Bianchi, Michele Tombolani, Veneto (Italy). Giunta regionale. Dipartimento per l’informazione, I Paleoveneti: catalogo della mostra sulla civiltà Veneti antichi, 1988, p. 127.
  24. ^ Trad. ita di G. Ranucci in Crustumium: archeologia adriatica fra Cattolica e San Giovanni in Marignano (Cristina Ravara Montebelli), 2007, p. 9.
  25. ^ Cfr. Deputazione subalpina di storia patria, vo. 114, 1928, p. 29; Studi romagnoli, vol. 33, 1982, p. 345; Lucan, Giovanni Viansino, La guerra civile, 1995, p. 94; Il Carrobbio, vo. 32, 2006, p. 33.
  26. ^ Salta a:a b Braccesi, 2007, p. 115.
  27. ^ Filisto FGrHist 556 F 46.
  28. ^ Vd. A. Coppola, Archaiologhía e propaganda: i Greci, Roma e l’Italia, 1995, pp. 93-100.
  29. ^ Cfr. ad es. Panfilo SerafiniDegli Abruzzesi primitivi, 1847, p. 229; Giovan Pietro VieusseuxAntologia, 1830, p. 38;
  30. ^ Cfr. ad es. Fr. Antonio Brandimarte, Giovanni Battista CiprianiPlinio seniore illustrato nella descrizione del Piceno dedicato alla santità di nostro signore Pio 7…, 1815, p. 174.
  31. ^ Diodoro Siculo, XIV, 113, 2.
  32. ^ Cfr. Gian Carlo Susini, Storia di Ravenna, vol. 1, 1990, p. 53; Istituto universitario orientale, Annali del Seminario di studi del mondo classico: Sezione di archeologia e storia antica, vol. 6, 1984, p. 241; Maurizio Mauro, Ravenna romana, 2001, p. 28.
  33. ^ Dio. Alc. Antichità romane I, 28, 4.
  34. ^ Sull’uso corretto di questo termine riferito ai Pelasgi vd. es. Sandro StucchiCirene e la Grecia, p. 12; Accademia delle Scienze di TorinoAtti, vol. 120-123, 1986, p. 79; Lorenzo BraccesiI Greci delle periferie: dal Danubio all’Atlantico, 2003, p. 73.
  35. ^ Dion. Alic. Antichità romane I, 18, 3-4.
  36. ^ Touring Editore, Bologna, 2004, p. 26.
  37. ^ Sul legame tra Etruschi e cultura villanoviana vd. Adam Ziólkowski, Storia di Roma (trad. a cura di Danilo Facca), 2006, p. 7.
  38. ^ Cfr. Marina De Franceschini, Le ville romane della X regio: (Venetia et Histria), 1998, p. 67; Luisa Brecciaroli Taborelli, Forme e tempi dell’urbanizzazione nella Cisalpina (II secolo a.C.-I secolo d.C.). Atti delle Giornate di studio (Torino, 4-6 maggio 2006), 2007, p. 61.
  39. ^ Cfr. Giulia Fogolari, Aldo Prosdocimi, Mariolina Gamba, I veneti antichi: lingua e cultura, 1998, p. 17; Fabio Mora, Il pensiero storico-religioso antico: autori greci e Roma, vol. 1, 1995, p. 138; Angela Ruta Serafini, Este preromana: una città e i suoi santuari, 2002, p. 51.
  40. ^ Cfr. Rinaldo Fulin, Riccardo Predelli, Archivio veneto, 1967, p. 161.
  41. ^ Cfr. Lorenzo BraccesiGrecità adriatica, 2001, p. 48; Andrea Debiasi, L’epica perduta: Eumelo, il Ciclo, l’occidente, 2004, p. 220.
  42. ^ Cfr. autori su argomento citati in Ambra. Dalle rive del Baltico all’Etruria (Simonetta Massimi, Maria Letizia Arancio), 2012, p. 52, n. 3.
  43. ^ Cfr. Preistoria e protostoria dell’alto Adriatico, 1991; Lorenzo Braccesi, I Greci delle periferie: dal Danubio all’Atlantico, 2003, p. 51; Benedetta Rossignoli, L’Adriatico greco: culti e miti minori, 2004.
  44. ^ Cfr. Lorenzo Braccesi, Benedetta Rossignoli, Gli Eubei, l’Adriatico e la geografia dell’Odissea, «RFIC» 127, 1999, 176-181; Mario Luni, I Greci in Adriatico nell’età dei kouroi, 2007, p. 103.
  45. ^ Cfr. le date in Jean-Marc Irollo, Gli Etruschi: alle origini della nostra civiltà, 2008, p. 54; Rassegna gallaratese di storia e d’arte, Pietro Cafaro, Spazi. Economie, comunità, archeologie: Economie, comunità, archeologie, 2014, p. 14.
  46. ^ Cfr. Prometheus, vol. 14-15; 1988, p. 221.
  47. ^ Vedi art. 1. La legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 161 dell’11 luglio 1877.
  48. ^ Legge 20 giugno 1877, n. 3917 (serie 2°). Norme relative alle foreste. (PDF), su demaniocivico.it. URL consultato il 16 gennaio 2020 (archiviato il 10 maggio 2017).
  49. ^ Corriere della sera – Pianura Padana, megalopoli come Bombay, su corriere.it. URL consultato il 24 ottobre 2007 (archiviato il 10 febbraio 2008).
  50. ^ ESA (European Space Agency) – Observing the Earth, Air pollution map, su esa.int. URL consultato il 31 maggio 2007 (archiviato il 10 maggio 2007).
  51. ^ Dieci grandi foreste per la pianura[collegamento interrotto]
  52. ^ (ENLong-term trend and variability of atmospheric PM10 concentration in the Po Valley(PDF), in Atmospheric Chemistry and Physics, 20 maggio 2014, DOI:10.5194/acp-14-4895-2014URL consultato il 13 giugno 2014 (archiviato il 13 giugno 2014).
  53. ^ Ricercatori del DIEF hanno pubblicato uno studio di lungo periodo sulle concentrazioni di PM10 in Pianura Padana, Università di Modena e Reggio Emilia, 11 giugno 2014 (archiviato dall’url originale il 13 giugno 2014).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Uncategorized

Verona

Verona

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Verona
comune
Verona – Stemma Verona – Bandiera
Verona – Veduta

Panorama di Verona dal piazzale di castel San Pietro

Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of Arms of Veneto.png Veneto
Provincia Provincia di Verona-Stemma.png Verona
Amministrazione
Sindaco Federico Sboarina (Indipendente di destra) dal 27-6-2017
Territorio
Coordinate 45°26′19″N 10°59′34″ECoordinate45°26′19″N 10°59′34″E (Mappa)
Altitudine 59 m s.l.m.
Superficie 198,92 km²
Abitanti 259 608[2] (31-12-2019)
Densità 1 305,09 ab./km²
Frazioni Vedi lista
Comuni confinanti BussolengoButtapietraCastel d’AzzanoGrezzanaMezzane di SottoNegrar di ValpolicellaPescantinaRoveré VeroneseSan Giovanni LupatotoSan Martino Buon AlbergoSan Mauro di SalineSan Pietro in CarianoSommacampagnaSonaTregnagoVillafranca di Verona
Altre informazioni
Cod. postale 37100 (cap generico non più in uso), 37121-37142
Prefisso 045
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 023091
Cod. catastale L781
Targa VR
Cl. sismica zona 3 (sismicità bassa)
Cl. climatica zona E, 2 468 GG[3]
Nome abitanti veronesi o scaligeri[1]
Patrono san Zeno
Giorno festivo 21 maggio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Verona
Verona
Verona – Mappa

Posizione del Comune all’interno dell’omonima provincia

Sito istituzionale

Verona (ascolta[?·info]AFI/veˈrona/[4][5]) è un comune italiano di 259 608 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Veneto. Si trova al margine settentrionale della Pianura Padana, lungo il fiume Adige e ai piedi dei monti Lessini.

Di origine preistorica, l’abitato venne rifondato dai Romani all’interno dell’ansa del fiume intorno alla metà del I secolo a.C., rimanendo sotto il governo dell’Impero fino al V secolo, quando venne occupato dal re germanico Teodorico il Grande. Entrò a far parte del dominio dei Longobardi prima e dei Franchi poi, rimanendo fedele nei secoli successivi agli imperatori del Sacro Romano Impero. Divenne libero Comune all’inizio del XII secolo per poi prosperare sotto la Signoria degli Scaligeri. Si dedicò alla Serenissima nel 1405, passando sotto il governo della Repubblica di Venezia. Occupata militarmente da Napoleone nel 1797, nel 1815 divenne parte dell’Impero austriaco che la trasformò nella sua maggiore piazzaforte militare in territorio italico, per essere annessa al Regno d’Italia nel 1866.

Verona è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per le peculiarità urbanistiche e per il patrimonio artistico e culturale.[6] Il suo simbolo è l’Arena ed è conosciuta nel mondo per l’opera di William Shakespeare Romeo e GiuliettaSede universitaria e importante snodo di scambio logistico e intermodale tramite il Quadrante Europa, l’industria riveste un ruolo chiave nell’economia della città, come il turismo fieristico e culturale.[7]

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Le colture tradizionali nella fascia collinare del comune: un vigneto in primo piano e un oliveto sullo sfondo, coltivato su terrazzamenti

L’abitato di Verona si situa in posizione centrale rispetto al territorio comunale, il quale è caratterizzato da una notevole eterogeneità di paesaggi a causa della particolare collocazione geografica e dell’escursione altitudinale, che va dai 30 metri della pianura agli oltre 600 della zona pedemontana. La città, che sorge lungo le rive del fiume Adige nel punto in cui questo entra nella Pianura Padana e forma un caratteristico doppio meandro, è posta a cavallo tra le propaggini meridionali dei monti Lessini che contornano la città a Nord e la pianura che si apre a Sud del corso del fiume.[8]

Nelle dorsali collinari si possono individuare un’alternanza di aree boscate e praterie aride, ma sono presenti anche formazioni vegetali, sia naturali sia coltivate, tipiche dei climi submediterranei, in particolare nelle porzioni di territorio meno elevate ed esposte a sud. Gli oliveti sono l’espressione più significativa di questa tipicità, in quanto la loro coltivazione si estende fino a circa 400 metri di quota. Le opere di sistemazione dei versanti sono rappresentate principalmente dalle marogne, ovvero da terrazzamenti con muri a secco che, oltre a rappresentare un pregevole esempio di prevenzione dal rischio idrogeologico, hanno anche un valore architettonico e paesaggistico intrinseco. Infine, il fondovalle della fascia collinare è inciso da diversi torrenti, localmente detti progni o vaj, chiamati (da Ovest verso Est) Quinzano, Borago, Galina, Valpantena e Squaranto.[9]

Verona in una vista zenitale, da cui emerge l’Adige con il suo caratteristico doppio meandro e la zona collinare settentrionale

Altro elemento distintivo del paesaggio è l’Adige, che condiziona fortemente le forme del territorio sia nel tratto urbano sia in quello extraurbano, per via sia del suo attuale sviluppo ma anche per la presenza di paleoalvei e terrazzamenti fluviali tracciati dai suoi antichi percorsi.[10] L’ambito fluviale è ormai quasi privo di elementi di naturalità, a causa degli interventi di regimazione idraulica e della diffusa antropizzazione, nonostante ciò si conservano ancora alcuni elementi seminaturali a valle dell’abitato: il nucleo boscato più consistente è quello dell’isola del Pestrino, che rappresenta l’unica morfologia fluviale sopravvissuta agli interventi di sistemazione idraulica di difesa dalle piene nel tratto di fiume entro i limiti comunali; nel parco della villa Bernini Buri si conserva una formazione boschiva con elementi delle antiche foreste planiziali; altri nuclei boscati si trovano nell’ambito del parco dell’Adige Sud.[11]

L’ambito della pianura, modellata dalle alluvioni del fiume, è l’elemento che più ha sofferto le trasformazioni antropiche e che quindi presenta minori connotati di pregio e originalità.[10]

Idrografia[modifica | modifica wikitesto]

L’Adige presso il più antico ponte della città, il romano ponte Pietra

L’Adige scorre a Verona all’interno di possenti muraglioni, argini costruiti dopo la terribile alluvione del 1882 per proteggere la città da altre piene. Il fiume ormai si limita ad attraversare la città rinchiuso tra questi argini in mattoni di laterizio, ma fino a tempi relativamente recenti la città era particolarmente legata al suo fiume, per via delle numerose attività commerciali e industriali che la sua notevole portata consentiva di svolgere. Inoltre l’Adige era una via di comunicazione di primaria importanza, navigabile fino a Trento: esso è stato utilizzato sin dall’antichità per il trasporto di merci e il suo tragitto era quindi servito da approdi, da caselli daziari, da torri utilizzate per sostenere catene, tese da una parte all’altra del fiume per trattenere le merci (a Verona è ancora presente quella a monte della città), e da castelli e forti.[12] A sud della città, nel rione Filippini, è ancora presente la Dogana di San Fermo, che si affaccia sull’Adige attraverso una grande darsena e la relativa Dogana d’acqua, anche se quest’ultima conserva solo le pareti perimetrali a cause dei bombardamenti che l’hanno gravemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale.[13] Fino all’Ottocento, quindi, Verona e i borghi che si affacciavano sul fiume avevano un’economia collegata direttamente alla presenza dell’acqua: lungo le sue rive venivano lavorati i blocchi di marmo e il legname che venivano poi trasportati dalle sue acque, sorgevano cantieri navali, numerosi mulini galleggianti, idrovore, depositi merci, piccole industrie e attività artigianali.[14]

Il canale dell’Acqua Morta in un dipinto del 1884 di Bartolomeo Bezzi

All’interno dell’abitato il fiume formava alcuni rami secondari, oggi non più esistenti. Presso il teatro romano si staccava sulla sinistra il canale dell’Acqua Morta, così detto per il lento fluire delle acque che, nelle epoche successive a quella romana, persero progressivamente di portata e velocità. Questo canale si ricongiungeva al ramo principale presso il ponte Navi, formando il cosiddetto Isolo, un’isola fluviale costituita da sedimenti ghiaiosi.[15] Vi era poi l’Adigetto, che era invece un largo fossato ampliato in età medievale a scopo difensivo, che si separava dall’Adige poco prima di Castelvecchio e costeggiava a sud le mura comunali, congiungendosi all’Adige poco a valle dell’odierno ponte Aleardi.[16] Oltre a questi due rami principali vi erano anche i cosiddetti , più di settanta collegamenti che garantivano lo scambio tra acqua e area abitata.

I mulini sull’Adige in una fotografia del 1897, pochi anni prima della loro dismissione

Caratteristici erano i mulini, costruiti su una piattaforma o pontone galleggiante, in modo da potersi adattare al variare del livello delle acque. Sul pontone si trovavano la ruota a pale e un capanno di legno che ospitava la macina, mentre un ponticello detto peagno li collegava alla riva. Documentati fin dal Medioevo, molti di essi erano controllati dai vari monasteri locali, che anticamente avevano il diritto di sfruttamento delle acque del fiume; gruppi di mulini si trovavano in particolare in prossimità della basilica di San Zeno, nella porzione di fiume compresa tra le chiese di San Giorgio in Braida e la Cattedrale, e presso via Sottoriva. Il loro numero aumentò nei secoli fino a superare le 400 unità nel corso del XIX secolo, per poi calare sensibilmente a causa della crescente industrializzazione di Verona, fino alla totale scomparsa all’inizio del Novecento.[17]

La piena del 16 settembre 1882, che invase buona parte della città distruggendo centinaia di case, due ponti e causando diverse vittime, costrinse a modificare profondamente l’assetto dei corsi d’acqua; molte di queste opere furono costruite nel periodo tra il 1885 e il 1899, mutando per sempre l’aspetto della città. L’alveo dell’Adige fu ampliato e ripulito, vennero edificati i cosiddetti muraglioni lungo tutta la città mentre furono interrati l’Adigetto e il ramo dell’Acqua Morta.[14] Per ridurre la portata del fiume nel suo percorso urbano si realizzò il canale industriale Camuzzoni (dedicato all’omonimo sindaco in carica dal 1867 al 1883), che partendo da Chievo (dove nel 1923 sarà realizzato anche un ponte-diga) percorre 7,5 km in direzione sud-est fino a rientrare nell’Adige a valle della città.[18]

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Stazione meteorologica di Verona Boscomantico e Stazione meteorologica di Verona Villafranca.

Piazza Bra e l’Arena imbiancate a causa di una precipitazione nevosa avvenuta durante l’inverno del 2006

Il Veneto presenta peculiari caratteristiche climatiche determinate dalla sua collocazione alle medie latitudini, da cui derivano i caratteristici effetti stagionali, e dal fatto che la Regione si pone in una zona di transizione fra l’Europa centrale, in cui predomina l’influsso delle correnti occidentali e dell’oceano Atlantico o, in alcune occasioni, di quelle nordorientali più fredde e asciutte di origine euroasiatica, e l’Europa meridionale, dove invece domina l’influsso degli anticicloni subtropicali e del mar Mediterraneo. A questi influssi di livello macro-territoriale si associano altri importanti fattori che influenzano in modo significativo il clima a livello regionale, il quale si va così a definire in specifiche sotto-zone climatiche, che nel caso specifico del territorio veronese si possono individuare: l’appartenenza alla pianura padano-veneta, delimitata sia a nord sia a sud da catene montuose e con un’apertura principale verso est; la presenza di una vasta area montana a orografia complessa; la presenza del lago di Garda a ovest.[19]

A livello di scala territoriale, l’area si caratterizza da un clima di pianura, temperato umido. Nel veronese prevale infatti un certo grado di continentalità con inverni relativamente rigidi ed estati calde, e temperature medie annue che si aggirano intorno ai 13-14 °C. In condizioni di tempo anticiclonico la massa d’aria che sovrasta la pianura manifesta condizioni di elevata stabilità o di inversione termica al suolo, che si traducono in fenomeni stagionali quali le foschie, le nebbie, le gelate, l’afa e l’accumulo di inquinanti in prossimità del suolo. Al verificarsi di tali fenomeni contribuiscono la presenza di importanti fonti di umidità, come le aree irrigue e il lago di Garda, i quali sono in grado di rifornire la massa d’aria in vicinanza del terreno di vapore acqueo.[20] Infine, scendendo di scala, a livello microclimatico la copertura e l’uso del suolo risultano significativi, determinando la formazione di isole di calore in città e nel suo immediato circondario.[19]

Le precipitazioni sono distribuite abbastanza uniformemente durante l’anno, tuttavia l’inverno è solitamente la stagione più secca mentre nelle stagioni intermedie prevalgono le perturbazioni atlantiche e mediterranee. In estate i fenomeni temporaleschi risultano abbastanza frequenti e spesso associati a grandine, tuttavia sono distribuiti in modo molto irregolare.[20] Il territorio scaligero è caratterizzato, per quanto concerne le precipitazioni, da un andamento crescente spostandosi da Sud verso Nord: se nelle Valli Grandi Veronesi si rilevano le precipitazioni minime, di circa 700 mm, esse arrivano a 800 mm nel territorio del comune di Verona, situato a cavallo tra la pianura e la zona collinare, mentre risalendo verso la fascia pedemontana si arriva ai 900-1100 mm della Valpolicella, della bassa Lessinia e della parte meridionale del massiccio del monte Baldo, con valori crescenti nei settori più settentrionali di Lessinia e Baldo fino ad arrivare a valori superiori ai 1 500 mm nella Lessinia nord-orientale e sul gruppo del Carega.[21]

VERONA VILLAFRANCA
(19812010)[22]
Mesi Stagioni Anno
Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Inv Pri Est Aut
T. max. media (°C) 6,2 9,0 13,8 17,9 23,6 27,2 30,0 29,5 24,9 18,5 11,7 7,2 7,5 18,4 28,9 18,4 18,3
T. media (°C) 2,5 4,3 8,7 12,6 18,0 21,8 24,4 24,0 19,5 13,9 7,8 3,6 3,5 13,1 23,4 13,7 13,4
T. min. media (°C) −1,3 0,0 3,6 7,3 12,4 16,3 18,8 18,4 14,1 9,4 3,9 −0,2 −0,5 7,8 17,8 9,1 8,6
Precipitazioni (mm) 39,7 33,6 45,2 73,0 70,1 85,0 62,9 84,2 78,0 82,1 73,2 56,3 129,6 188,3 232,1 233,3 783,3
Giorni di pioggia 5 4 5 9 8 9 5 6 6 7 7 6 15 22 20 20 77

Origini del nome[modifica | modifica wikitesto]

L’origine del toponimo Verona è sconosciuta e nel tempo sono state formulate diverse ipotesi sulla sua derivazione, di cui alcune già in epoca medievale: ad esempio una suggestiva leggenda raccolta dal cronista Galvano Fiamma riferisce che il capo gallico Brenno, mitico fondatore della città, chiamò il nuovo centro abitato Vae Roma, ovvero Guai a te Roma, a seguito di una campagna bellica contro lo stato romano.[23][24] Altri racconti collegano invece il nome a un ipotetico imperatore Verus Antonius Pius o Marcus Antonius Verus (intendendosi forse Marco Aurelio), anche questi creduto fondatore della città e dei principali monumenti, oppure si pensava che il nome potesse derivare da una famiglia etrusca di nome Vera, in base a quanto raccontato in un testo antico, che in realtà era stato falsificato sul finire del Quattrocento da Annio da Viterbo.[25]

In ambito glottologico si sono realizzati studi caratterizzati da risultati discordanti. Si è per esempio ipotizzato che questo toponimo potesse avere origine veneta, trovando un confronto con il suffisso di Glemona, oppure celtica, in quanto la stessa terminazione è presente in diversi toponimi gallici.[26] In questo caso si può ritenere che il toponimo rientri in una famiglia di parole di origine celtica cui appartiene anche il termine in irlandese antico feronn, che continua con un originario werona e che ha il significato di territorio delimitato, recintato e difeso,[25] oppure che derivi dalla radice celtica wern o bern, che ha il significato di fiume.[24]

Il medesimo suffisso -ona ha portato anche a sostenere la tesi che Verona possa derivare dalla lingua etrusca, tanto che in Toscana si trovano diversi toponimi che terminano in questo modo, di cui alcuni meno conosciuti sono molto simili se non addirittura identici: vicino a Lamporecchio si trova infatti un luogo chiamato Verona, ma si possono rintracciare anche VeroneVerrone e, non molto distante da questi, un Veròlla (già Verunula).[27] Il significato in questo caso potrebbe essere quello di verone inteso come terrazza o poggiolo,[28] che può apparire corretto (almeno semanticamente) se si pensi che l’abitato preromano sorgeva sopra il colle San Pietro, su un vero e proprio terrazzo naturale che dominava la pianura sottostante, su cui successivamente sarebbe stata fondata la Verona romana.[29]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Verona.

Fondazione[modifica | modifica wikitesto]

L’area in cui sorge Verona è stata abitata fin dal neolitico, in quanto zona di passaggio obbligato delle comunicazioni tra la zona orientale e quella occidentale della Pianura padano-veneta a nord del fiume Po:[30] un villaggio doveva probabilmente sorgere presso la zona meridionale di colle San Pietro, in prossimità di uno dei pochi punti guadabili del fiume Adige.[31] Questa è in effetti un’area ricca di reperti e vi si sono rinvenute alcune tracce delle case che potevano formare l’antico villaggio.[32] In epoca protostorica attorno al villaggio gravitavano i Galli Cenomani, che si stanziarono nei territori a occidente del fiume, i Veneti, che abitavano i territori a oriente, e i Reti, che invece stazionavano nella zona alpina.[30][33]

Gli storici latini non riuscirono a identificare una origine certa del villaggio preromano e accreditarono la fondazione della città ai Veneti o ai loro predecessori Euganei, ai Galli Cenomani, ai Reti o addirittura agli Etruschi:[34] lo storico Polibio per esempio afferma che ai suoi tempi, ovvero nel II secolo a.C., l’etnia veneta era quella preponderante nella popolazione della città, ed effettivamente la presenza veneta è ben documentata da ritrovamenti avvenuti presso il colle San Pietro;[35] Plinio il Vecchio ipotizza invece che la fondazione sia avvenuta insieme da parte di Reti ed Euganei;[36] la fondazione da parte dei Galli Cenomani fu invece sostenuta da Tito Livio.[37]

Storia antica[modifica | modifica wikitesto]

Raffigurazione nell’arco di Costantino a Roma dell’assedio di Verona da parte delle truppe di Costantino I. In basso a destra appaiono le mura urbiche restaurate e ampliate da Gallieno alcuni decenni prima

I primi contatti fra l’antica Roma e Verona sono documentati intorno al III secolo a.C. e furono fin da subito caratterizzati da rapporti di amicizia e alleanza. Nel 390 a.C. infatti i Galli Sénoni di Brenno invasero la stessa Roma e, forse proprio grazie a un’azione diversiva dei Veneti, essi furono costretti a venire a patti con i Romani,[38] ma anche successivamente Galli Cenomani e Veneti aiutarono i Romani in battaglia, perfino durante la conquista della Gallia Cisalpina.[39] Proprio con la conquista e la colonizzazione romana della Pianura Padana cominciò a rivelarsi la grande importanza strategica di Verona, che quindi nell’89 a.C. divenne colonia di diritto latino e nel 49 a.C. venne elevata a rango di municipio romano tramite la Lex Roscia voluta da Gaio Giulio Cesare: al nuovo municipium venne così concesso un agro di 3 700 km² e la possibilità di fregiarsi del nome di Res publica Veronensium.[40]

Durante il periodo repubblicano Verona venne rifondata ex novo nell’ansa dell’Adige, dove si ingrandì rapidamente e si sviluppò economicamente, tanto che tra la metà del I secolo a.C. e quello successivo vennero realizzate le mura urbiche e i principali monumenti.[41] Fu poi in età giulio-claudia che la città raggiunse l’apice della ricchezza e dello splendore, quando venne realizzata l’ultima grande opera, ancora oggi simbolo della città, l’anfiteatro romano, e restaurati il Foro e le due porte urbiche, Borsari e Leoni.[42] Nei secoli successivi l’abitato si trovò però investito anche dalle invasioni barbariche, essendo il primo baluardo dell’Italia alle discese dal nord Europa, per questo motivo l’imperatore Gallieno, nel 265, fece ristrutturare e allargare le mura della città fino a includervi l’Arena.[43] Le rinnovate fortificazioni furono in particolare protagoniste dell’assedio avanzato dalle truppe di Costantino I contro quelle di Massenzio, che si erano asserragliate in città, anche se altre importanti battaglie furono combattute alle porte della città.[44]

Storia medievale[modifica | modifica wikitesto]

Teodorico il Grande, detto Teodorico di Verona, restaurò la cinta muraria romana e realizzò importanti opere

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente la città vide lo stabilizzarsi di nuovi regni romano-germanici, tra cui quello ostrogoto governato da Teodorico il Grande, in Germania conosciuto come Dietrich von Bern, ovvero Teodorico di Verona,[45] così conosciuto in quanto la città fu sede preferita del re, che le restituì l’antico splendore e ne ampliò le antiche mura romane, facendo dell’abitato un centro militare di primaria importanza. Successivamente i Longobardi interruppero il breve dominio bizantino (ripristinato in seguito alla sconfitta degli Ostrogoti nella Guerra gotica) sulla città, che divenne capitale d’Italia sino al 571,[46] quando la sede della corte longobarda fu spostata a Pavia. Verona rimase comunque capitale di un importante ducato longobardo e una delle principali città della Langobardia Maior accanto a MilanoCividale e Pavia. L’egemonia dei Longobardi su Verona e gran parte dell’Italia durò per due secoli, fino alla calata dei Franchi: proprio a Verona, nel 774, Carlo Magno venne a capo dell’ultima resistenza dei Longobardi, guidata dal figlio di DesiderioAdelchi: il principe cercò rifugio all’interno della città prima di essere costretto alla fuga, segnando la fine del Regno longobardo. Alla caduta dei Longobardi corrispose la nascita dell’Impero carolingio con l’incoronazione di Carlo Magno, che assegnò al figlio Pipino il Regno longobardo.

All’alba del nuovo millennio la Marca di Verona entrò sotto la sfera d’influenza del Sacro Romano Impero, cui rimase fedele durante tutta la lunga lotta per le investiture con il Papato. Nel 1117 il territorio veronese venne colpito da un terremoto distruttivo, il più forte evento sismico avvenuto nell’area padana di cui si abbia notizia,[47] che comportò, oltre a vasti danneggiamenti di edifici e monumenti, un crisi economica e sociale che però offrì l’opportunità a una nuova classe cittadina di prendere il potere, tanto che essa riuscì a instaurare una forma di governo locale autonomo e a istituire, nel 1136, uno dei primi liberi Comuni italiani.[48] Con l’ottenimento di una larga autonomia andò però delineandosi una lotta intestina tra le due fazioni dei guelfi e ghibellini: i primi, che prevalevano nel contado, contavano tra i massimi esponenti i conti di Sambonifacio, mentre in città prevaleva la fazione ghibellina capeggiata dai Montecchi, resi famosi dal dramma Romeo e Giulietta di Shakespeare.[49]

Cangrande I della Scala, l’esponente più conosciuto, amato e celebrato della dinastia Scaligera

La fazione ghibellina si rafforzò quando prese il potere Ezzelino III da Romano e soprattutto con Mastino I della Scala, quando la forma di governo della città passò in forma non traumatica da Comune a Signoria. Fu in particolare con Cangrande I della Scala, signore illuminato e rispettato, che la città riscoprì un nuovo periodo di splendore e importanza, tanto che Dante dedicò a lui l’intera cantica del Paradiso nella Divina Commedia. Il suo potere si estese su buona parte dell’Italia settentrionale: divenne signore di Verona, VicenzaMontagnanaPadovaBellunoFeltreMonseliceBassanoTreviso, oltre che vicario imperiale di Mantova e capo della fazione ghibellina in Italia.[50] La politica espansionistica di Verona verso est fu interrotta dalla improvvisa morte di Cangrande a soli 38 anni, pochi giorni dopo la conquista di Treviso, per l’ingestione di una tossina naturale.[51] La prematura e inaspettata morte di Cangrande lasciò la Signoria senza discendenti diretti e il potere venne preso dal nipote Mastino II della Scala, che, con l’acquisizione di Lucca, allargò la Signoria fino sul Mar Tirreno. Tale espansione territoriale preoccupò gli stati confinanti e provocò la formazione di una lega promossa dalla Repubblica di Venezia a cui aderirono i Visconti, i Da Carrara, gli Este e i Gonzaga, contro i quali l’esercito veronese combatté due grandi battaglie prima della resa.[52] La Signoria Scaligera subì quindi un ridimensionamento territoriale e nel 1388, indebolita da discordie fra le famiglie influenti, venne sostituita dai Visconti. Il dominio Visconteo e quello successivo dei Carrararesi, che si impadronirono del potere con l’aiuto di fuoriusciti Scaligeri, fu di breve durata, in quanto la Serenissima approfittò del malcontento dei veronesi e dei disordini che scoppiavano continuamente all’interno la città per entrarvi con l’esercito il 22 giugno 1405, aiutati anche dalla cittadinanza.[53]

Storia moderna[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 giugno 1405 vi fu la dedizione di Verona a Venezia,[54] sotto il cui governo la città godette di un lungo periodo di pace che si perpetuò sino al 1509, quando la Repubblica Veneta venne attaccata dalle potenze della lega di Cambrai. Conclusasi la guerra della Lega di Cambrai, ricominciò per Verona un nuovo periodo di pace che sarebbe finito non per la guerra, ma per una malattia devastante: la peste del 1630, portata in Italia da soldati tedeschi. Per la città fu un vero disastro: basti pensare che nel 1626 erano stati censiti 53.333 abitanti, che si erano ridotti a 20.738 alla fine del contagio,[55] morirono dunque quasi due terzi della popolazione, tanto che città era piena di corpi che dovevano essere bruciati o gettati nell’Adige per mancanza di luoghi di sepoltura.[56] Dal XVI secolo vi fu comunque un rifiorire dell’economia, con la costruzione di chiese e di palazzi in stile rinascimentale, di cui uno degli artefici più importanti fu l’architetto Michele Sanmicheli. In questo periodo di rinascita artistica e culturale nacque anche la famosa tecnica dei concerti di campane alla veronese, oltre a decine di importanti accademie che determinarono un fiorire di attività culturali di dimensione europea.[57]

L’assalto di Castelvecchio durante la rivolta antifrancese delle Pasque veronesi

Nel maggio del 1796, durante la Campagna d’Italia, combattuta dalla Francia rivoluzionaria contro le potenze monarchiche europee dell’Ancien Régime, l’esercito austriaco venne sconfitto in Piemonte dal generale Napoleone Bonaparte, e dovette darsi a una precipitosa ritirata, mentre Napoleone e le idee rivoluzionarie francesi andavano a sconvolgere la tranquillità dei veronesi. Gli austriaci in ritirata infatti occuparono Peschiera, violando la neutralità veneta, e Napoleone ne approfittò a sua volta per occupare temporaneamente Peschiera e quindi Verona.[58] A questo periodo risale la spoliazione napoleonica della basilica di San Zeno, dove la Pala d’altare di San Zeno, opera dell’artista veneto Andrea Mantegna, venne smembrata a inviata al Louvre. Solo durante la RestaurazioneAntonio Canova ottenne la restituzione della pala centrale, mentre la tre predelle, un tempo unite alla pala centrale, rappresentati rispettivamente l’Orazione nell’Orto, la Crocifissione e la Resurrezione, sono rimaste in Francia, al Museo di Belle Arti di Tours e al Museo del Louvre di Parigi. Durante questa occupazione temporanea da parte delle milizie rivoluzionarie francesi, scoppiò una coraggiosa rivolta che prese il nome di Pasque veronesi, durante la quale i veronesi contrastarono le incursioni di pattuglie francesi e il cannoneggiamento della città, non riuscendo però a resistere all’accerchiamento della città da parte di 15.000 soldati. Dei 3.000 soldati francesi di guarnigione al momento della rivolta,[59] i morti ammontarono a 500 soldati,[60] i feriti furono circa un migliaio, e i prigionieri 2.400 (di cui 500 soldati e 1.900 loro famigliari).[61] Il 1797 è l’anno che segna la fine della storia della Serenissima, cui conseguì, durante gli anni delle Guerre napoleoniche, il passaggio della città scaligera nelle mani dei francesi e degli austriaci, a seconda dei vari trattati che si susseguirono negli anni.

Storia contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Verona austriaca e Prima industrializzazione di Verona.

Le officine ferroviarie veronesi presso la stazione di Verona Porta Vescovo, fino al 1866 la più grande industria nell’area veronese

Con il Congresso di Vienna del 1815, la provincia di Verona venne assorbita nel Regno Lombardo-Veneto, uno Stato dipendente dall’Impero austriaco, sotto la cui bandiera rimase stabilmente fino al 1866. Il feldmaresciallo Josef Radetzky, nominato comandante del Regno, riconobbe in Verona un luogo strategicamente importantissimo all’interno del Quadrilatero fortificato, area di grande importanza militare nella strategia asburgica in quanto doveva fungere da cuscinetto contro gli eventuali assalti del Regno di Sardegna, e quindi diede grande stimolo alla sua fortificazione. Gli ingegneri militari austriaci cominciarono a realizzare un sistema difensivo composto da mura, forti, castelli, caserme e vari edifici, rendendo Verona una città-piazzaforte.[62]

La storia di Verona italiana ebbe inizio il 16 ottobre 1866 con la conquista del Veneto da parte dei Savoia a seguito della terza guerra d’indipendenza: di qui in avanti la città passò un periodo di relativa tranquillità, turbato però da una crisi economica che durò fin dopo la seconda guerra mondiale e che ebbe come principale conseguenza l’emigrazione di centinaia di migliaia di veronesi.[63] Nel 1882 la città fu inoltre colpita da una tremenda inondazione dell’Adige, che allagò buona parte del centro storico; negli anni successivi vennero così edificati i cosiddetti muraglioni, degli alti argini in laterizio destinati a proteggere la città da altre piene, anche se così la città dovette rinunciare al suo forte rapporto con l’acqua.

Molto dura fu la parentesi della seconda guerra mondiale, durante la quale fu una delle città più colpite dai bombardamenti, con 11.627 vani completamente distrutti e 8.347 gravemente danneggiati.[64] Dopo la caduta del fascismo la città, sede di cinque ministeri e di importanti comandi tedeschi, era infatti diventata centro nevralgico della Repubblica Sociale Italiana.[65] Proprio sotto la giurisdizione della RSI si tenne il processo di Verona, intentato contro Galeazzo Ciano e altri gerarchi fascisti, accusati di aver tramato con Badoglio per far arrestare Mussolini, alla conclusione del quale si decretò la loro esecuzione sommaria nel poligono di forte San Procolo.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Stemma della signoria Scaligera

Lo stemma comunale nasce intorno alla metà del XIII secolo, quando Verona si presentava ancora come libero Comune e il precedente stemma, portante croce bianca in campo rosso, venne sostituito dal vessillo delle Arti veronesi, avente croce d’oro in campo azzurro, tutt’oggi i colori araldici di Verona.[66]

Altro simbolo di Verona, che viene ripreso anche nello stemma della provincia, è il vessillo scaligero: quello più conosciuto vede una scala bianca, con quattro o cinque pioli, in campo rosso. Ci sono anche due varianti di quest’ultimo stemma, anche se oggi poco conosciute: la prima variante con due cani rampanti ai lati della scala; la seconda con l’aquila imperiale in cima alla scala, assunto ufficialmente, quest’ultimo, da Alboino della Scala e Cangrande I della Scala in quanto vicari imperiali, carica assegnata dall’imperatore Enrico VII di Lussemburgo.[66]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Verona è insignita delle seguenti onorificenze:

Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria Titolo di Città
«Patente di S.M.I.R.A. portante la nomina delle regie città del regno ed i diritti ad esse attribuiti. Regno Lombardo-Veneto.»
— 7 aprile 1815[67]
Medaglia d'oro al valor civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’oro al valor civile
«Per le coraggiose e filantropiche azioni, con evidente pericolo della vita, durante le inondazioni straordinarie dell’anno 1882. Verona, Bandiera del Municipio.»
— 1883[68]
Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’oro al valor militare
«Città di millenarie tradizioni risorgimentali, pur vessata da eserciti nemici e lacerata da operazione militari, nel corso di cruenti combattimenti e nei periodi di servitù, in 20 mesi di lotta partigiana. Verona testimoniò, con il sangue dei suoi figli migliori, nelle prigioni e sui patiboli, il suo indomito spirito di libertà, eroicamente sostenuta da persone di ogni categoria sociali e associandosi idealmente a quei concittadini che, militari all’8 settembre 1943, si erano uniti ai resistenti locali in Francia, in Grecia, in Albania e in Jugoslavia. L’attività del Comitato di Liberazione nazionale rinvigorì le azioni di guerriglia in modo tale da suscitare sorveglianza e spionaggio delle varie polizie, tanto che, fatto eccezionale della lotta di Liberazione in Italia, uno a uno i suoi membri, tra il luglio e l’ottobre del 1944, vennero catturati, torturati ed inviati nei vari campi di sterminio, dai quali non tornarono. Il 17 luglio del 1944 un gruppo di partigiani penetrò nel carcere degli “Scalzi” con l’obiettivo di liberare dirigenti del movimento antifascista nazionale. Tale contributo di sangue, i bombardamenti, le persecuzioni, le distruzioni di interi paesi, sia nella pianura che nelle valli prealpine, non scalfirono ma rafforzarono la lotta della popolazione di Verona, degna protagonista del secondo Risorgimento Italiano. Verona, settembre 1943 – aprile 1945.»
— 25 settembre 1991[69]

Monumenti e luoghi d’interesse[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Monumenti di Verona.
UNESCO white logo.svg Bene protetto dall’UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell’umanità
Città di Verona
(ENCity of Verona
Particolare arche scaligere.JPG
Tipo Architettonico
Criterio C (ii) (iv)
Pericolo Nessuna indicazione
Riconosciuto dal 2000
Scheda UNESCO (ENScheda
(FRScheda

Verona è una delle maggiori città d’arte d’Italia per le sue ricchezze artistiche e archeologiche. La città ha uno sviluppo complesso, ma due opere murarie ne accentuano la divisione tra parte romana e moderna (fino alla seconda metà dell’Ottocento): da una parte le mura romane che circondano il cuore della città tra porta Borsariporta Leoni e le mura di Gallieno, dall’altra la cosiddetta circonvallazione interna con fortilizi rinascimentali (completati sotto gli austriaci).

Nella Verona antica è sensibile l’opera restauratrice di Cangrande della Scala: il forte impatto visivo dato dal colore rosso dei mattoni degli splendidi palazzi gotici è temperato dal sapiente utilizzo dell’antico marmo bianco romano; opera, questa, frutto della politica scaligera di ritorno ideale ai fasti imperiali. Da qui la nuova urbs marmorea, rifulgente nel bianco lastricato di piazza delle Erbe, al centro della quale troneggia luminosa la fontana di Madonna Verona, composta di parti provenienti dalle antiche terme romane.

Epoca romana[modifica | modifica wikitesto]

La romana Porta Borsari vista dall’esterno

Verona presenta numerosi monumenti di epoca romana, costruiti tutti dopo il I secolo a.C., quando ci fu la ricostruzione della città all’interno dell’ansa dell’Adige. Il monumento più famoso in assoluto, diventato simbolo della città stessa, è l’Arena, il terzo anfiteatro romano in Italia per dimensione dopo il Colosseo e l’anfiteatro capuano,[70] ma il meglio conservato tra questi, tanto che viene utilizzato oggi per ospitare il famoso festival lirico areniano, oltre a numerosi concerti.

Altro famoso monumento è il teatro romano, del I secolo a.C., ma tornato alla luce solo nel 1834, quando gli edifici che letteralmente lo ricoprivano vennero abbattuti.[71] D’estate si tengono nel teatro una serie di spettacoli che prendono il nome di estate teatrale veronese.

Sono entrambe del I secolo d.C. le due porte romane che si aprivano nelle mura della città, delle quali rimangono ancora visibili alcuni resti: porta Borsari e porta Leoni. Della prima è ben conservata tutta la facciata, mentre della seconda rimane solo metà della facciata interna. Non lontano dalla prima, inoltre, doveva sorgere il tempio di Giove Lustrale.

Arco monumentale posto fuori della cinta urbana romana è l’Arco dei Gavi, posto sulla via Postumia che portava verso il centro abitato, e dedicato ad alcuni membri della gens Gavia[72].

Sempre di epoca romana è il ponte Pietra, l’unico ponte romano ancora ben visibile della città, poiché del ponte Postumio, crollato nel 1153, si può vedere oggi solo la base dei piloni durante le secche dell’Adige. Il ponte Pietra è composto da cinque archi, quattro dei quali furono fatti saltare nel 1945 dai soldati tedeschi in ritirata, e vennero poi ricostruiti con le pietre recuperate dal fiume. Caratteristico e pittoresco è l’utilizzo di diversi materiali.

Presso piazza Erbe, corrispondente all’antico Foro romano, sono presenti nei sotterranei di numerosi edifici i tracciati di strade, fognature e i resti di case e di una basilica romana. È possibile vedere alcuni resti del complesso del Capitolium della città nell’adiacente Corte Sgarzerie. Una parte di esse sono visibili lungo il percorso del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, un museo sotterraneo creato dal recupero dell’area negli anni settanta, lavori intrapresi per poter dare un assetto definitivo ai numerosi resti archeologici romani e medievali presenti nelle fondazioni della zona del palazzo del Tribunale.

Epoca medievale[modifica | modifica wikitesto]

L’Alto Medioevo ha lasciato a Verona pochi ricordi, a causa del devastante terremoto del 3 gennaio 1117 che ebbe come epicentro proprio il veronese, e vide la città fortemente danneggiata. A causa del terremoto crollò addirittura parte dell’anello esterno dell’Arena, lasciandone in piedi solo una porzione, che fu danneggiata ulteriormente in un successivo terremoto nel 1183, creando così l’attuale suggestiva forma dell’Arena con la sua “ala”. Inoltre molti palazzi e quasi tutte le chiese, i monasteri e i monumenti vennero seriamente danneggiati, se non distrutti: questo fatto ha lasciato lo spazio per una forte diffusione del romanico come stile della ricostruzione.

I principali monumenti sono dunque databili successivamente al XII secolo. In particolare questo periodo vide un grande sviluppo di edifici di culto, il più famoso dei quali è forse la basilica di San Zeno, considerata uno dei capolavori del romanico in Italia, e legata all’omonima abbazia, di cui rimangono la torre e alcuni chiostri.[73][74]

Importante è anche il Duomo, il cui nome sarebbe più propriamente cattedrale di Santa Maria Matricolare, nato dalle ceneri di due chiese paleocristiane crollate per colpa del terremoto.

Epoca scaligera[modifica | modifica wikitesto]

Quello scaligero è stato un periodo positivo per Verona sotto il profilo urbanistico: esso infatti ha visto la costruzione di molti edifici e monumenti tutt’oggi visibili. Il centro storico (in particolare piazza Erbe, piazza dei Signori e piazza San Zeno) presenta edifici nati durante la Signoria, come il palazzo del Podestà, che venne abitato certamente da Alberto I della Scala, e fu probabilmente adibito a dimora dei signori della città. Nel palazzo trovarono ospitalità anche molti uomini illustri, tra cui spiccano personalità di primo piano come Dante e Giotto, che durante il suo soggiorno eseguì, secondo Giorgio Vasari, alcuni ritratti di Cangrande I, che però sono andati perduti. Altro importante palazzo scaligero è il palazzo di Cansignorio, la cui costruzione venne decisa da Cansignorio, terminato probabilmente nel 1363. Questo edificio originariamente era un palazzo-fortezza, dotato di tre grandi torri agli angoli del fabbricato. In alcuni scritti è chiamato anche Palazzo Grande, proprio per la sua imponenza. Del palazzo originario rimane un solo torrione, risistemato durante i lavori del 1882, mentre il resto dell’edificio risale al XVI secolo.

Importantissimo fu il sistema difensivo costruito dagli Scaligeri, che faceva perno su Castelvecchio, fatto costruire da Cangrande II della Scala insieme al ponte scaligero. Il castello venne costruito tra il 1354 e il 1376, e concepito non tanto per la difesa della città da nemici, ma come difesa verso i cittadini stessi;[75] infatti il ponte scaligero originariamente aveva la funzione di facilitare un’eventuale fuga del signore verso la Germania, dove regnava il genero di Cangrande II, Ludovico il Bavaro. Il ponte scaligero venne costruito nell’arco di tre anni, tra il 1354 e il 1356, e la sua robustezza gli consentì di passare indenne cinque secoli di storia, fino alla notte del 24 aprile 1945, quando, alla fine della seconda guerra mondiale, i tedeschi, per coprire la ritirata, fecero saltare tutti i ponti di Verona. La sua robustezza è dovuta all’ampiezza delle arcate e alla mole dei piloni, studiati in modo da resistere alla diversa forza d’urto dell’Adige nei vari punti dell’ansa: infatti verso Castelvecchio, dove passa la maggior mole d’acqua, l’arcata è più lunga rispetto alle altre due, e i piloni sono più grossi.[76] Castelvecchio ospita inoltre il Museo Civico, tra i più importanti della città.[77] Restaurato con criteri moderni, presenta ventinove sale e diversi settori: sculturapittura italiana e straniera, armi anticheceramicheoreficerieminiature e le antiche campane cittadine.

Un importante edificio commissionato dagli Scaligeri è la torre del Gardello, che segna una delle prime conquiste del progresso tecnologico meccanico: è infatti il primo orologio pubblico, consultabile da tutti. Non molto distante da questo sorgono le arche scaligere, un complesso funerario in stile gotico, destinate a contenere le arche (ovvero le tombe) dei più illustri rappresentanti della casata: racchiusi da un recinto in ferro battuto in cui ricorre il motivo della scala, simbolo della casata, i sarcofagi si trovano a terra o su piani rialzati. Le arche sono state indicate come uno dei più insigni e significativi monumenti dell’arte gotica. A esse adiacente si trova la chiesa di Santa Maria Antica, sopra al cui ingresso è posta la tomba di Cangrande I della Scala: il sarcofago è sormontato da una statua equestre che ritrae il signore di Verona in atteggiamento sorridente (l’originale si trova al Museo di Castelvecchio).

Epoca veneziana[modifica | modifica wikitesto]

L’epoca della Repubblica Veneta a Verona fu molto feconda soprattutto per l’edilizia privata e militare. In particolare, protagonista assoluto del XVI secolo fu l’architetto veronese Michele Sanmicheli, che abbellì Verona di numerosi palazzi, e venne scelto dalla Serenissima per la costruzione delle porte d’ingresso alla città. Porta Nuova è un esempio dello stile sanmicheliano: eretta tra il 1535 e il 1540,[78] la sua posizione andava a generare l’importante corso Porta Nuova, che si conclude ai portoni della Bra. Le due facciate sono costruite in ordine dorico: quella verso la città in tufo, mentre la facciata rivolta verso la campagna in pietra bianca. La porta è importante anche storicamente perché durante una serie di rivolte, dette Pasque veronesi, contro le guarnigioni napoleoniche, rimasero intrappolati all’interno circa duecento soldati francesi, che avevano cercato di difendere la porta.

Ci fu successivamente anche la costruzione di porta Palio, tra il 1542 e il 1557, che, nonostante la minore importanza rispetto porta Nuova, appare più interessante sotto il profilo culturale e artistico: di pianta rettangolare, verso l’esterno presenta tre archi con colonne doriche, all’interno cinque archi, ognuno munito di due colonne. La facciata esterna riprende schemi compositivi desunti dal teatro romano di Verona.

Vi è poi Porta San Zeno, conclusa nel 1542, la cui facciata Sanmicheli ha interpretato come un arco di trionfo, con colonne di ordine ionico, e molte decorazioni (come medaglie, stemmi e fregi). In questo caso come materiale sono stati utilizzati, oltre a pietra bianca, anche mattoni rossi, molto utilizzati soprattutto negli edifici scaligeri.

Sempre opera del Sanmicheli sono palazzo Canossapalazzo Pompeipalazzo Bevilacqua, e palazzo Della Torre. Quest’ultimo, però, secondo alcuni critici è ritenuto opera di Domenico Curtoni nel XVII secolo. L’autore più probabile potrebbe essere però Bernardino Brugnoli, un parente del Sanmicheli, che lavorò spesso con lui, e dunque prese in parte il suo stile e la sua tecnica.

Sicuramente opera di Michele Sanmicheli fu invece palazzo Canossa, costruito su commissione della famiglia dei marchesi di Canossa, una delle famiglie più antiche e illustri d’Italia. L’edificio ospitò tra l’altro, nel 1822, il celebre congresso di Verona, a cui parteciparono quasi tutti gli Stati d’Europa. Sanmicheli cercò di allineare, mediante la facciata monumentale, i fondali opposti di Porta Borsari e dell’arco dei Gavi, dando un’impostazione scenografica alla via che permane tutt’oggi. Un soffitto fu affrescato da Tiepolo, ma è andato perduto durante i bombardamenti che colpirono la città durante la seconda guerra mondiale.

Palazzo Bevilacqua è uno dei palazzi più raffinati e ricchi di particolari della città, con una facciata realizzata in due ordini, quello inferiore più massiccio, e quello superiore maggiormente slanciato ed elegante. Il palazzo accoglieva celebri dipinti, tra cui Pietà della lacrima di Giovan Francesco Caroto, il Paradiso del Tintoretto, un ritratto di Donna con bambino di Paolo Veronese.[79]

Palazzo Pompei segue lo stile neoclassico di Sanmicheli, e grazie alla donazione dai proprietari, alla loro morte, al comune di Verona del palazzo, l’edificio ospita oggi il museo civico di storia naturale, con oltre due milioni di reperti geologicipaleontologicizoologicipreistorici e di botanica.[80]

Il Leone di San Marco, posto su una colonna in piazza Erbe, simbolo massimo della Verona veneziana

Una storia particolare ha poi palazzo Turchi, commesso dal cavaliere Pio Turchi, e costruito pochi anni dopo la battaglia di Lepanto del 1571, dove la flotta della Serenissima sconfisse la flotta ottomana; Pio Turchi fu portavoce della comunità veronese alle grandi celebrazioni della vittoria a Venezia. Il palazzo era decorato da statue di personaggi turchi, facenti parte del bottino della battaglia di Lepanto, e ad alcune di queste venne decapitata la testa, che fu esposta in piazza delle Erbe, proprio nel luogo dove venivano solitamente mostrate le teste dei condannati a morte.

Altri palazzi, situati rispettivamente in piazza dei Signori e piazza Erbe, sono la Loggia del Consiglio e palazzo Maffei. La Loggia del Consiglio possiede colonne di marmo, molte sculture e affreschi, tra cui due altorilievi bronzei raffiguranti l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunciata, tolti però nell’Ottocento. Può essere considerata uno dei simboli maggiori del Rinascimento veronese. Palazzo Maffei è un palazzo del XV secolo, ingrandito nel 1629 su decisione di Marcantonio Maffei. Costruito in stile barocco, è allo stesso tempo imponente ed elegante, su tre piani, con una facciata talmente bella da catturare l’attenzione del turista occasionale e non. Di fronte al palazzo si trova una colonna sormontata dal Leone di San Marco, simbolo della Repubblica di Venezia a cui i veronesi sono particolarmente legati.

Epoca austriaca[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sistema difensivo di Verona e Verona austriaca.

Verona fu sotto servitù militare per tutto il periodo in cui vi fu la dominazione austriaca, per cui lo sviluppo edilizio privato fu scarso, a fronte però di un grande sviluppo delle strutture militari. In particolare furono ricostruiti e potenziati tutti i bastioni (che erano stati semidistrutti dai francesi) e venne creata ex novo un’impenetrabile rete di forti, in particolare a ovest della città (rivolti verso il crescente stato sabaudo) e sul colle San Pietro. Uno degli edifici che può riassumere il pensiero architettonico asburgico è l’arsenale Franz Josef I, gigantesco complesso militare, con un perimetro di 392 metri per 176 metri, e munito di numerose torri di guardia; composto da nove edifici, sul lato maggiore si trova l’edificio di comando, internamente si trovano tre isolati destinati agli uffici amministrativi e progettuali, e ai loro lati trovano posto magazzini e scuderie. L’arsenale si ispira all’architettura tedesca, ma anche allo stile neogotico, stili fino ad allora lontani alla realtà veronese, tanto che vennero utilizzati in parte mattoni rossi nella costruzione, materiale molto utilizzato nell’epoca scaligera, in modo da non allontanare troppo lo stile architettonico da quello cittadino.

Simile all’arsenale nell’architettura è il Castel San Pietro, una caserma ispirata in parte ai castelli tedeschi. Nell’edificio erano presenti le camerate per l’esercito, alloggi e uffici per gli ufficiali, depositi e officine. Il piazzale davanti a castel San Pietro poteva essere utilizzato dall’artiglieria per colpire la città dall’alto in caso di guerra (o rivolta).

La Gran Guardia, iniziata dai veneziani e conclusa dagli austriaci

Due palazzi importanti, costruiti inizialmente a uso civile e per chiudere piazza Bra, anche se poi utilizzati dall’esercito asburgico, sono il palazzo della Gran Guardia e palazzo Barbieri, originariamente chiamato Palazzo della Gran Guardia Nuova. La costruzione del palazzo della Gran Guardia è stata molto lunga e travagliata, iniziata già nel XVII secolo. Nel 1848 i lavori erano ancora in corso, e furono fermati perché l’edificio venne utilizzato dall’esercito austriaco durante la prima guerra d’indipendenza. La Gran Guardia fu finalmente conclusa nel 1853. Grazie alla sua mole e alla sua forma è riuscita a tenere testa all’Arena, che si trova a poche decine di metri di distanza, oltre i giardini di piazza Bra. Palazzo Barbieri è un edificio in stile neoclassico progettato dall’ingegnere Giuseppe Barbieri; la sua costruzione iniziò nel 1836 e venne portata a termine nel 1848. Durante l’occupazione austriaca il palazzo fu adibito prevalentemente a usi bellici e solo dopo l’unione del Veneto al Regno d’Italia si scelse, per la sua importanza e la sua centralità, di destinarlo a sede degli uffici comunali.
Un altro palazzo degno di nota è il Palazzo Negri, di stile neoclassico e progettato dall’architetto Giannantonio Selva nel XVIII secolo.

Edificio molto importante è il Teatro Nuovo, inaugurato il 12 settembre 1846, con la rappresentazione dell’Attila di Verdi. Nel teatro si svolsero numerosi episodi di insofferenza verso il dominio austriaco: il primo, già all’inaugurazione del teatro, vide il veronese Vittorio Merighi comporre un sonetto patriottico dedicato alla prima donna dello spettacolo, che entusiasmò il pubblico. Questo fatto portò disagio alla polizia austriaca (che nemmeno si era accorta dell’accaduto), dato che il componimento riportava:

«Donna, il vento ora mugge, e la procella
gravida rota, e tuon freme che intima
ad Austria morte, e Italia a vita appella»

Alla chiusura della stagione teatrale vi fu una nuova dimostrazione. Merighi si beffò nuovamente della polizia: scrisse una nuova ode, praticamente un inno all’Italia personificata e contro lo Straniero, che codardo e maligno ha perenne sull’Italia il sogghigno. Il giornale di Verona, controllato dalla polizia austriaca, non poté negare l’accaduto, ma non spiegò nemmeno il vero motivo dell’entusiasmo e il contenuto dell’ode. Il 18 marzo 1848 giunse a Verona ad assistere a un dramma nel Teatro Nuovo addirittura il viceré del Regno Lombardo-Veneto, e la polizia, per creare consenso, divulgò la voce che era venuto a portare vantaggi alla città. Lo stesso giorno arrivò la notizia che Vienna stava insorgendo, che Metternich era fuggito, e l’imperatore Ferdinando I aveva dovuto concedere la Costituzione. L’annuncio si sparse per Verona, e la cittadinanza si radunò al Teatro Nuovo durante lo spettacolo. Le cronache raccontano di un vero delirio, e di una folla festosa e inneggiante all’Italia e a Pio IX. Il teatro venne per questo chiuso sino alla fine del 1849.[81]

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Barbieri, sede del Comune di Verona

Del periodo antico e medievale sono presenti solo calcoli approssimati circa la popolazione residente all’interno del nucleo urbano, che si è stimato potesse attestarsi sui 25 000 abitanti in epoca romana,[82] scesi poi fino ai circa 10 000 abitanti tra XI e XII secolo.[83]

Dati più precisi si hanno invece a partire dal 1472; questi mostrano come la crescita della popolazione, invece di seguire uno sviluppo regolare nel tempo, procedette attraverso sbalzi intermittenti con aumenti e cali (anche repentini) del numero di abitanti. Le cause principali di queste oscillazioni sono da attribuirsi alle calamità che colpirono la città, quindi alle guerre, alle malattie, alle inondazioni e alle carestie.[84] Furono in particolare due i momenti in cui avvenne un drastico e repentino calo della popolazione: prima tra il 1501 e il 1514, quando la popolazione scese da 50 084 a 31 184 abitanti, con un calo di quasi il 40% dei cittadini a causa della peste e della guerra della Lega di Cambrai;[83] un secondo momento quando l’ultima grande peste del 1630 colpì l’Italia settentrionale, causando un calo ancora più drastico della popolazione, che nell’arco di un solo anno scese da 53 036 a 20 987 abitanti, con una diminuzione di addirittura il 70% dei cittadini residenti.[85]

Verificando i dati raccolti durante i censimenti generali sulla popolazione residente a Verona si può osservare come dal 1871 (anno del primo censimento nel Veneto) fino al 1936 (unico anno in cui vi è un censimento intermedio) la popolazione crebbe abbastanza stabilmente, mentre a partire dalla fine della seconda guerra mondiale vi fu un rapidissimo incremento della popolazione, che passò dalle 178 415 unità del 1951 alle 266 205 unità del 1971, con una crescita di quasi il 50% in soli venti anni. Dal 1971 al 2011 vi è stata invece una leggera flessione con la popolazione residente, scesa a 252 520 abitanti.

Abitanti stimati[86]

Abitanti censiti[87]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Secondo i dati ISTAT al 31 dicembre 2019 nel comune risiedevano 38 173 stranieri[88] su un totale di 259 608 cittadini,[89] rappresentando quindi il 14,7% della popolazione totale.

Le nazionalità maggiormente rappresentate erano:[88]

  1. Romania, 9 559
  2. Sri Lanka, 7 500
  3. Moldavia, 2 965
  4. Nigeria, 2 052
  5. Cina, 1 885
  6. Albania, 1 655
  7. Marocco, 1 607
  8. India, 943
  9. Pakistan, 807
  10. Ghana, 803

Lingue e dialetti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Dialetto veneto occidentale e Lingua veneta.

Il dialetto veronese è una parlata della lingua veneta, una lingua neolatina che nel panorama dell’Italia settentrionale si distingue nettamente dalle lingue gallo-italiche (piemontese, ligure e lombardo) a causa di un lungo itinerario storico autonomo. Il veronese, che fino al XVII secolo presentava tracce del precedente carattere lombardo, in parte ancora presente lungo la sponda veronese del lago di Garda, rispetto al veneto ha un’originalità fatta di tratti arcaici e analoghi alle varietà di pianura delle aree venete periferiche, che però in area urbana tendono a essere sostituiti da tratti innovativi di tipo veneziano.[90]

In Italia il Veneto è ai primi posti per la percentuale di persone che parlano le varietà locali, nonostante vi sia comunque un progressivo incremento dell’utilizzo dell’italiano: nel 2007 il 70% degli abitanti utilizzava prevalentemente la lingua veneta, in crescita anche tra i giovani. I motivi di questo ampio utilizzo delle parlate locali è da individuarsi nella vicinanza strutturale all’italiano, nell’uso nei secoli di questa lingua anche in situazioni formali, come osservato sin dai tempi della Serenissima, e nella prevalenza di centri abitati di piccole e medie dimensioni, che consentono di conservare il modello linguistico locale. Inoltre dal 2007 il patrimonio linguistico viene tutelato e valorizzato da una legge regionale.[90]

Nella Biblioteca capitolare è custodito forse il più antico testo pervenuto in lingua romanza, il quale rappresenterebbe un possibile atto di nascita del volgare in Italia, anche se non tutti gli studiosi sono concordi: l’indovinello veronese, ritenuto quindi il primo testo scritto in corsiva nuova volgare, redatto da un ignoto copista tra l’VIII secolo e l’inizio del IX in forma d’appunto.[91] Uno dei primi esempi di produzione letteraria in volgare veronese è invece costituito da due poemetti in versi alessandrini, il De Babilonia civitate infernali e il De Jerusalemi celesti, composti da un frate francescano detto Giacomino da Verona,[92][93] mentre più recenti sono le poesie in dialetto di Berto Barbarani.[90]

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Folclore veronese.

L’aretino Giorgio Vasari scrisse nel suo trattato Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori che «sì come è vero che la città di Verona, per sito, costumi et altre parti, è molto simile a Firenze, così è vero che in essa, come in questa, sono fioriti sempre bellissimi ingegni in tutte le professioni più rare e lodevoli»: la città veneta venne quindi vista dal Vasari come città simile alla sua Firenze dal punto di vista geografico, in quanto ambedue poste tra collina e pianura, urbanistico, entrambe sono infatti divise in due da un fiume, ma soprattutto per costumi, fioritura artistica e vivacità intellettuale. Egli vide nella città, romanica, gotica, ma anche classica e monumentale, il contraltare all’egemonia veneziana, ed effettivamente notevoli sono le differenze tra Verona e Venezia nonostante il dominio di quest’ultima sia durato nella città scaligera per ben quattro secoli: l’arte e l’architettura veneziana fanno pensare all’Oriente ortodosso, a delle origini bizantine e quindi greche, mentre Verona, distante solamente un centinaio di chilometri, colpisce per le mastodontiche chiese romaniche e gotiche, espressione di un’arte occidentale.[94]

A Verona lavorarono nei secoli numerosi artisti, veronesi e non. Nel XII secolo lo scultore romanico Niccolò portò nella città una nuova arte, occidentale e romanza: è in questo periodo che si sviluppa la Verona romanica, mentre sotto la signoria scaligera la città sviluppò e mantenne a lungo un aspetto gotico e araldico, con uno stile che raggiunse la massima espressione nel Castelvecchio (e soprattutto nel suo monumentale ponte) e nelle arche scaligere. La civiltà pittorica veronese vide dal Trecento attivi artisti come l’Altichiero e, nel Quattrocento, personalità come Stefano da Zevio e il Pisanello, uno dei massimi esponenti italiani del Gotico internazionale. Più tardi, durante il Rinascimento, lavorarono Domenico Morone e il figlio Francesco, oltre all’eclettico Giovan Francesco Caroto e Girolamo dai Libri. L’arte veronese mantenne costantemente delle peculiarità che la rendono riconoscibile dall’arte portata da Venezia nei domini di Terraferma, grazie all’opera di artisti come il VeroneseGiambattista TiepoloAlessandro Turchi, e più tardi Giambettino Cignaroli e Angelo Dall’Oca Bianca, tanto che è lecito parlare di una “scuola veronese“.[95]

Luoghi shakespeariani[modifica | modifica wikitesto]

È anche grazie a William Shakespeare se Verona oggi è una città ampiamente conosciuta nel mondo: egli non la visitò mai, ma la conobbe attraverso gli scritti di Luigi da Porto e Matteo Bandello che lo ispirarono per la sua opera più famosa, la tragedia di Romeo e Giulietta.[96] Già il famoso poeta George Byron attesta l’importanza del ruolo avuto da William Shakespeare nel plasmare la fama della città nel mondo. Nelle sue lettere il poeta sottolineava come i veronesi sostenessero con ostinazione l’autenticità della storia di Romeo e Giulietta, d’altronde la rivendicazione della veridicità della leggenda e l’identificazione dei luoghi dove la vicenda erano cominciate già molto tempo prima: il primo luogo a essere “riscoperto” fu la tomba dei due amanti, identificato nel Cinquecento in un sepolcro vuoto in marmo rosso veronese, nei pressi di un convento. Furono molti coloro che resero omaggio ai due amanti in questo luogo, tra cui Madame de StaëlMaria Luisa d’AustriaHeinrich HeineCharles Dickens e lo stesso George Byron. Le tomba venne più volte spostata in modo da trovare un luogo che potesse valorizzarla, la sua sistemazione definitiva si ebbe quindi nel 1937 grazie all’opera del direttore dei musei civici Antonio Avena: essa venne traslata in ambienti sotterranei rivisitati in chiave gotica e scenografica.[97]

Il famoso balcone della casa di Giulietta

Contemporaneamente vi fu la sistemazione della casa di Giulietta, identificata in una casa medievale dotata dello stemma di un cappello, dimora della famiglia Capuleti, che Charles Dickens descrive nelle Pictures from Italy come un «miserabile alberguccio». In effetti a seguito dei rimaneggiamenti sette-ottocenteschi risultava essere diventata una casa popolare a ringhiera, anche se la stretta facciata in cotto evocava ancora il Medioevo. Così Antonio Avena fece impiego di materiale di spoglio nei lavori di restauro e andò a inserire un nuovo balcone costituito da un lastrone di marmo che si trovava in stato di abbandono nel cortile del Castelvecchio. Tale opera fece diventare la casa di Giulietta nuova immagine simbolo di Verona, insieme all’Arena.[98]

L’ultimo luogo in ordine cronologico a essere riconosciuto è la casa di Romeo, la quale mostra ancora oggi intatta la sua natura e aspetto di casa fortificata; essa appartenne ai Nogarola, amici fidati dei Della Scala, e si trova accanto alle arche scaligere, dove riposa anche Bartolomeo I della Scala, sotto il cui dominio si sarebbe svolta la vicenda secondo Luigi da Porto. Più che i singoli luoghi legati alla tragedia, è però l’idea della folcloristica Verona medievale in cui si sarebbe svolta la vicenda di cui si sono innamorati turisti, spettatori e lettori.[99]

Le due famiglie protagoniste della tragedia shakespeariana effettivamente furono presenti sulla scena cittadina in epoca scaligera. In particolare i Montecchi furono importanti mercanti veronesi, coinvolti in lotte sanguinose per il controllo del potere a Verona nella fazione ghibellina, tanto da essere stati banditi dalla città dopo aver partecipato a una congiura insieme a Federico della Scala contro Cangrande.[100] Si ha invece conoscenza della presenza dei Capuleti fino agli anni della permanenza di Dante a Verona, nell’attuale casa di Giulietta, dove la loro presenza è testimoniata dallo stemma del cappello sulla chiave di volta dell’arco nel cortile dell’edificio.[49] Lo stesso Dante documenta la rivalità tra Montecchi e Capuleti (o meglio Cappelletti) nella Divina Commedia.[101]

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Scuole[modifica | modifica wikitesto]

Tra le numerose scuole presenti sul territorio comunale meritano particolare menzione il liceo ginnasio statale Scipione Maffei, l’educandato statale agli Angeli e il liceo scientifico statale Angelo Messedaglia. Il primo, ospitato nell’ex convento domenicano della basilica di Santa Anastasia, è il più antico liceo d’Italia in attività essendo stato fondato per decreto napoleonico il 18 dicembre 1804.[102] Il secondo, ospitato in quello che era un convento di suore benedettine, è una delle più antiche istituzioni cittadine, fondata da Napoleone Bonaparte in persona nel 1812.[103] L’ultimo, infine, è stato istituito nel 1923 in seguito alla riforma Gentile, rimanendo a lungo l’unico liceo scientifico di tutta la provincia di Verona.[104]

Università, accademie, biblioteche[modifica | modifica wikitesto]

Il Polo Zanotto, centro polivalente dell’Università di Verona

Una prima forma di università a Verona nasce nell’825 quando Lotario, con il capitolario di Olona, fonda un istituto superiore di cultura che accoglieva studenti veronesi, mantovani e trentini, tuttavia solo nel 1339 papa Benedetto XII concesse alla città, tramite bolla papale, i privilegi universitari, e quindi la fondazione di una scuola universitaria.[105] Nel 1440 vennero istituite le Scuole Accolitali presso il Duomo, una scuola di musica e lettere per il clero, a cui si affiancarono poi l’Accademia Filarmonica e l’Accademia degli Incatenati, le quali fecero della città una capitale della musica europea del Cinquecento.[106]

La moderna Università di Verona nasce invece il 10 gennaio 1959 con il nome di “Libera Università di Economia e Commercio”; grazie alla fusione con l’ateneo patavino si aggiunsero un corso in lingue e letterature straniere, la facoltà di magistero e la facoltà di medicina.[107] Nel 1982 l’Università di Verona divenne nuovamente un organismo autonomo,[107] ampliando nel corso degli anni l’offerta formativa fino a includere le scuole economiche, giuridiche, in formazione, filosofia e servizio sociale, in lettere, arti e comunicazione, in lingue e letterature straniere, in medicina e chirurgia, in scienze motorie, e in scienze e ingegneria,[108] configurandosi così come terzo polo universitario del Veneto, dopo Padova e Venezia.[109]

Tra le più importanti istituzioni cittadine vi è la Biblioteca capitolare, una delle più antiche e note istituzioni e biblioteche ecclesiastiche del mondo, famosa in quanto vi hanno studiato illustri personaggi e in quanto possiede manoscritti di grande importanza, tra cui il Codice di Ursicino, che venne prodotto nella biblioteca nel 517 (rendendola la più antica biblioteca al mondo ancora in funzione)[110] e l’Indovinello veronese, che rappresenterebbe un possibile atto di nascita del volgare in Italia.[111] Nel Settecento furono invece istituite la Biblioteca civica, l’Accademia di agricoltura scienze e lettere, con il compito di dare slancio all’economia veronese, e l’Accademia di pittura, fondata da Giambettino Cignaroli e poi a lui dedicata, mentre nel secolo successivo fu costituita la Società letteraria, importante centro di cultura e luogo di convegni.[112]

Musei[modifica | modifica wikitesto]

Il Museo di Castelvecchio, opera di Carlo Scarpa, in una fotografia scattata nel 1982 da Paolo Monti

La forte identità culturale di Verona si è tradotta nell’impegno di numerosi personaggi che con la loro impronta sono andati a determinare la configurazione museale odierna di Verona. Di grande importanza fu per esempio Scipione Maffei, che nel Settecento diede l’avvio alla museologia europea con la sua raccolta di lapidi ed epigrafi che furono poi sistemate nel museo che prende il suo nome, il museo lapidario maffeiano, situato a lato del teatro Filarmonico.[113]

Altro importante personaggio fu Antonio Avena, direttore dei musei civici, che si prodigò nell’acquisizione del teatro romano e quindi all’istituzione dell’omonimo museo, nella sistemazione di Castelvecchio, in cui preparò il primo allestimento museale, nella sistemazione della casa di Giulietta, nell’acquisizione di palazzo Emilei Forti, in cui trovò posto la galleria d’arte moderna Achille Forti (successivamente spostata nel palazzo della Ragione), e nell’istituzione del museo degli affreschi Giovanni Battista Cavalcaselle. Di primaria importanza il museo di Castelvecchio che subito divenne punto di riferimento nel sistema museale di Verona, in particolare dopo il recupero realizzato dal famoso architetto Carlo Scarpa in collaborazione con il direttore Licisco Magagnato, dalla cui collaborazione nacque una delle più pregevoli e conosciute realizzazioni museografiche del secondo dopoguerra. Un rilievo particolare ha assunto Verona anche per quanto riguarda le raccolte naturalistiche, infatti è l’unica città europea a poter vantare una tradizione ininterrotta in tale ambito fin dal Cinquecento, quando furono raccolte varie collezioni private nel primo museo a carattere naturalistico che si conosca, poi confluite nel museo civico di storia naturale.[114]

Vi sono poi il museo Miniscalchi-Erizzo, un palazzo-museo donato al Comune dall’omonima famiglia nobile veronese, in cui sono esposti collezioni e oggetti di interesse storico, archeologico e artistico,[115] il centro internazionale di fotografia Scavi Scaligeri, il museo africano, il museo canonicale e il museo ferroviario di Porta Vescovo.

Media[modifica | modifica wikitesto]

Primo pagine del primo numero de L’Arena

Il quotidiano storico di Verona è L’Arena, fondato il 12 ottobre 1866 a pochi giorni dall’annessione del Veneto al Regno d’Italia;[116] nato inizialmente come espressione dei circoli politici cittadini che avevano vissuto in clandestinità durante il dominio austriaco, si è evoluto nel corso degli anni seguendo in modo approfondito le vicende della città e diventando così punto di riferimento dei veronesi.[117] Verona Fedele è invece il settimanale edito della Diocesi di Verona, fondato nel 1872 e rinato nel 1946 dopo che la sua stampa era stata interrotta alla fine della prima guerra mondiale.[118] A Verona viene inoltre pubblicata la rivista Nigrizia, nata nel 1883 con lo scopo di diffondere i testi di Daniele Comboni, primo vescovo di Khartum, anche se ben presto allargò il campo di interesse alla realtà sociopolitica, economica, culturale e religiosa di tutta l’Africa.[119]

Radio Verona è stata la prima emittente radiofonica a nascere nella provincia di Verona, nel 1975; si contraddistingue per l’attenzione alla cronaca e attualità e per le radiocronache in diretta delle partite dell’Hellas Verona.[120] Già l’anno successivo venne inoltre fondata Radio Adige, che però chiuse le trasmissioni via etere nel 2017 per andare in onda esclusivamente sul web.[121] Sempre due sono anche le emittenti televisiveTelenuovo, prima emittente veneta per ascolti,[122] nata a Verona nel 1979, dal 1984 fa debutto il primo telegiornale e da quel momento l’informazione giornalistica diviene uno dei cardini del canale;[123] nello stesso anno nasce anche TeleArena, particolarmente impegnata nell’informazione locale e sportiva.[124]

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi durante il Festival lirico areniano

Il più celebre evento che si tiene nella città scaligera è il festival lirico areniano, le cui stagioni si svolgono ininterrottamente dal 1913 all’interno dell’anfiteatro romano, che con i suoi 30 000 posti si trasforma nel più grande teatro lirico all’aperto al mondo;[125] lo stesso diviene anche tappa, nelle stagioni primaverili e autunnali, di molti cantanti e musicisti internazionali. Durante la stagione estiva il teatro romano ospita invece l’estate teatrale veronese, che da 1948 propone spettacoli di prosa, con i testi più noti e controversi di William Shakespeare, danza e musica, in particolare jazz.[126]

Nel 1969 nasce invece la Settimana Cinematografica Internazionale, che dal 1996 si trasforma in Schermi d’amore, un festival cinematografico del cinema sentimentale e melodrammatico, che quindi prosegue il filone della tematica amorosa in naturale continuità con l’immaginario collettivo che vede la città sede della romantica vicenda di Romeo e Giulietta, e quello del melodramma come ramo che trova la sua origine nel centenario festival areniano.[127] Da 1981 si tiene anche il festival di cinema africano, organizzato dalla rivista Nigrizia e dal centro missionario per dare un’immagine critica dell’Africa attraverso le storie e le immagini raccontate dagli africani stessi con l’ottica di conoscerne meglio i popoli e le loro culture.[128]

Tra le varie manifestazioni podistiche, particolarmente degno di nota è il palio del drappo verde, istituito nel 1208 come corsa di velocità a piedi e a cavallo per festeggiare la vittoria di Ezzelino II da Romano contro i guelfi, citato anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Abolito durante la dominazione napoleonica nel 1796, è stato riorganizzato a partire dal 2008 per festeggiare l’ottocentesimo anniversario della corsa.[129]

Più recente è invece Tocatì, organizzato dall’Associazione Giochi Antichi per le strade e piazze della città, punto di riferimento mondiale per tutti gli appassionati di gioco tradizionale che ha come obiettivo la valorizzazione del patrimonio della cultura tradizionale a partire dal gioco, ma comprendente anche espressioni come la musica e la danza tradizionali.[130]

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Urbanistica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Urbanistica di Verona.
Verona nei secoli
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Periodo romano repubblicano

A seguito della romanizzazione della Gallia Transpadana nella primavera del 49 a.C., il villaggio che era sorto lungo le pendici del colle San Pietro in epoca preistorica non era più sufficiente né per consentire il futuro sviluppo dell’abitato né per una sua ordinata pianificazione. Il centro abitato venne quindi spostato sull’altra sponda del fiume Adige, dove i suoi ampi meandri formano una sorta di penisola naturale, valida difesa da possibili attacchi. In questo modo fu inoltre possibile realizzare due soli tratti di cortina muraria lungo il lato meridionale della città, l’unico che non erano difeso naturalmente dal fiume.[131] L’impianto di nuova fondazione della città, tipico dell’urbanistica romana, previde la realizzazione di una maglia di strade che si incrociavano ad angolo retto, formando isolati quadrati di 74 x 76,5 metri, struttura che si è mantenuta inalterata nei secoli e che risulta ancora perfettamente leggibile. Le vie principali della città, quindi il decumano massimo, che corrispondeva al proseguimento della via Postumia, e il cardine massimo, confluivano nell’area del foro veronese, il quale nel corso del tempo si trasformò divenendo l’attuale piazza delle Erbe.[132]

Piazze Erbe e gli spazi contigui in età medievale e moderna rimasero centro della vita politica ed economica cittadina nonostante la graduale espansione della città verso Sud fino all’Adigetto e verso Est oltre l’Adige, dove si sviluppò il quartiere di Veronetta. Nonostante la crescita della città le difese di epoca romana rimasero sostanzialmente immutate fino all’epoca pre-comunale, quando la necessità di dotare di solida difesa le porzioni di città sorte fuori dal recinto romano portarono nel XII secolo alla realizzazione della cerchia di mura comunali.[133] Nel XIV secolo Cangrande della Scala fece edificare un’ulteriore recinto difensivo, le mura scaligere, le quali abbracciarono una porzione ancora più ampia di territorio, compreso il quartiere di San Zeno e quella che poi divenne la Cittadella viscontea.[134]

Corso Porta Nuova, l’asse viario pianificato da Michele Sanmicheli, divenuto uno dei principali punti d’ingresso alla città antica

Durante il governo veneziano una parte delle mura scaligere furono pesantemente ristrutturate e trasformate in una vera e propria cinta bastionata alla moderna. Fondamentale fu l’apporto dell’architetto veronese Michele Sanmicheli, il cui progetto fu anche e soprattutto occasione di rinnovamento urbanistico: egli assecondò la spinta dell’organismo urbano verso Sud organizzando un nuovo asse viario monumentale, lo stradone di Porta Nuova, che dalla nuova porta sanmicheliana conduceva, attraverso i portoni della Bra, a piazza Bra e all’anfiteatro romano.[135] Il successivo periodo di dominio austriaco porto novità soprattutto dal punto di vista militare, con la ristrutturazione di mura e bastioni della cinta magistrale che assunse il suo assetto definitivo, rimasto invariato fino a oggi, e la creazione di un campo trincerato militare.[136]

All’inizio del Novecento la città registrò un notevole incremento demografico a causa del trasferimento di popolazione dai centri minori e dalle campagne, ciò determinò la necessità di realizzare nuovi quartieri al di fuori della cinta militare magistrale: per consentire quindi l’espansione della città, nel 1910 venne emanato un decreto che annullò la servitù militare e il divieto di edificazione nella cosiddetta “Spianà”, la grande area posta fuori dalle mura e parte del sistema difensivo cittadino. Si poterono così predisporre i primi piani d’ampliamento: a est ci furono i primi interventi di ampliamento nei quartieri di Borgo Venezia e Porto San Pancrazio mentre a Sud, dove erano già presenti alcune industrie nate durante la prima industrializzazione veronese, cominciarono a sorgere i quartieri operai di Borgo RomaBasso Acquar e Tombetta. Dopo la prima guerra mondiale, invece, presero forma i quartieri di Borgo TrentoBorgo Milano e Valdonega.[137]

Dopo la seconda guerra mondiale Verona, che era stata una delle città più colpite dai bombardamenti, venne inclusa tra i comuni che dovevano adottare un Piano di Ricostruzione. Il piano venne adottato già nell’ottobre 1946 e riguardò in particolar modo la ricostruzione del centro storico e lo spostamento a Sud delle funzioni fieristiche e agricolo-industriali, che portarono alla fondazione accanto ai Mercati generali della nuova Fiera di Verona, del Mercato ortofrutticolo e dell’ampliamento della Manifattura tabacchi.[138]

Suddivisioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Circoscrizioni di Verona
(1/3)

Il territorio comunale suddiviso in circoscrizioni e quartieri

Amministrativamente il territorio comunale è ripartito in otto circoscrizioni amministrative.[139] A fini toponomastici e statistici sono suddivise a loro volta in ventitré quartieri, ulteriormente ripartiti in zone omogenee (tra parentesi):

Circoscrizione 1 Centro storico

1. Città Antica
2. Cittadella (Valverde)
3. San Zeno (San Bernardino)
4. Veronetta (Filippini – San Giovanni in Valle – Santo Stefano)

Circoscrizione 2 Nord-ovest

10. Borgo Trento (Arsenale)
11. Valdonega (San Mattia)
18. Ponte Crencano
30. Avesa
38. Parona (Saval di Parona)
39. Quinzano (Saval di Quinzano)

Circoscrizione 3 Ovest

16. Borgo Milano (Borgo NuovoChievo, Navigatori, Porta Nuova, San Procolo, Spianà, Stadio)
37. San Massimo (Basson, Croce Bianca, La Sorte)

Circoscrizione 4 Sud-ovest

15. Santa Lucia (Madonna di Dossobuono, ZAI)
17. Golosine

Circoscrizione 5 Sud

14. Borgo Roma (Palazzina, Pestrino, Polidore, Primo Maggio, Tomba, Tombetta, ZAI)
36. Cadidavid (Fracazzole, Genovesa, La Rizza, Sacra Famiglia)

Circoscrizione 6 Est

12. Borgo Venezia (Biondella, Fincato, Santa Croce, Borgo Trieste, San Felice Extra)

Circoscrizione 7 Sud-est

13. Porto San Pancrazio
35. San Michele (Casotti, Frugose, Madonna di Campagna, Mattozze, Molini)

Circoscrizione 8 Nord-est

31. Quinto (MarzanaPoiano)
32. Santa Maria in Stelle (Sezano, Novaglie)
33. Mizzole (Trezzolano, Cancello, Moruri, Pigozzo)
34. Montorio (Ponte Florio)

Economia[modifica | modifica wikitesto]

La sede della Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Verona, opera dell’architetto veronese Libero Cecchini

L’economia scaligera è caratterizzata da una polisettorialità spinta, con le imprese che si dividono quasi equamente tra agricoltura, industria, costruzioni, settore turistico, commercio e servizi, raggiungendo posizioni di leadership in diversi campi: nel settore agricolo, essendo la provincia veronese la prima in Italia per l’esportazione di vino e ortofrutta; nel manifatturiero, in particolare nei segmenti dell’industria alimentare, dei macchinari e termomeccanica, dell’estrazione e lavorazione del marmo, e della moda; infine nel settore ricettivo, essendo la quinta provincia italiana per presenze turistiche.[140]

In particolare il settore agricolo è una risorsa fondamentale per il territorio, con produzioni tipiche protette da marchi di origine e tutela, con un importante indotto a livello di ristorazione e di turismo enogastronomico. A questo settore si collega anche quello industriale dell’agroalimentare, che è divenuto nel tempo uno dei settori più importanti per l’economica veronese, con numerose eccellenze: il vino (si citano in particolare i prodotti DOCG Amarone della ValpolicellaRecioto della Valpolicella e di Soave, il Soave superiore e il Bardolino superiore), i prodotti lattiero-caseari, il settore dolciario, la produzione di alimenti conservati, la lavorazione della carne e la produzione di mangimi per l’alimentazione animale.[141] Altre attività particolarmente dinamiche sono quelle alberghiere e della ristorazione, collegate alla vivacità del turismo, un settore che gioca un ruolo di assoluta importanza: insieme al turismo lacustre sul Garda, che attira ogni anno milioni di turisti, e il turismo culturale, legato a Verona città d’arte, al festival lirico areniano e all’estate teatrale veronese, convivono il turismo montano del Baldo e della Lessinia, quello enogastronomico della Valpolicella e delle Valli Grandi Veronesi, oltre a quello d’affari e congressuale, legato in particolare alle manifestazioni che si tengono presso Veronafiere.[142]

I padiglioni della Fiera di Verona durante il salone internazionale Vinitaly dei vini e distillati

La posizione particolarmente favorevole, anzi strategica, in cui si trova Verona, ha favorito il suo inserimento in importanti vie di comunicazione stradali, ferroviarie e aeree, e quindi la nascita di uno dei più importanti centri europei intermodali di trasporti, il Quadrante Europa, generando così le condizioni ideali per fare di Verona un importante punto di riferimento nell’ambito dei flussi internazionali di interscambi sia economici che culturali.[143] A livello di scambi, Paese di riferimento è la Germania, di gran lunga il principale partner commerciale veronese sia per quanto riguarda le esportazioni che per le importazioni,[144] tanto che proprio a Verona hanno basato le loro sedi alcune realtà imprenditoriali tedesche di grande rilievo, in particolare Volkswagen GroupMAN e Lidl.[145]

Sebbene l’economia veronese sia in larga parte costituita da piccole e medie imprese, vi hanno sede anche grandi aziende tra cui AIA, che insieme a Negroni e Mangimi Veronesi fanno parte del Gruppo VeronesiBauliPastificio Rana e Vicenzi, tutte nel settore alimentare; quindi il Gruppo Calzedonia, di cui fanno parte anche Intimissimi e Tezenis, e Fedrigoni, industria cartiera attiva dal 1717;[146] nel settore bancario e assicurativo, invece, posizione di grande importanza assumono Banco BPM, le cui filiali locali fanno capo a Banca Popolare di VeronaFondazione Cariverona, incorporata in UniCredit ma che prosegue la propria attività di utilità sociale, e Cattolica Assicurazioni.

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Strade[modifica | modifica wikitesto]

Verona si colloca in una posizione geografica strategica, allo sbocco in pianura della valle dell’Adige e quindi lungo il percorso che attraverso i passi alpini, in particolare il Brennero, conduce a Nord. La realizzazione della via Postumia tra Genova e Aquileia nel 148 a.C. diede una spinta notevole alla crescita dell’abitato, tanto che quando la città divenne un municipio romano l’asse stradale fu utilizzato come asse generatore della nuova maglia di isolati.[147] Successivamente furono realizzate altre due strade, la via Gallica, che collegava Torino a Grado, e la via Claudia Augusta, che collegava la Rezia a Ostiglia tramite una diramazione meridionale definita vicus Veronensium.

Negli anni sessanta del Novecento, a seguito della motorizzazione di massa, furono realizzate due nuove importanti arterie autostradali che si intersecano a Verona: l’autostrada A4 Serenissima che collega Torino a Trieste, con uscite a Verona Est e Verona Sud, e l’autostrada A22 del Brennero che collega Modena e la A1 con l’Austria e la Germania, con uscita a Verona Nord. La città, servita da un sistema di tangenziali, nello specifico la tangenziale OvestSud ed Est, è inoltre raggiunta dalla strada statale 434 Transpolesana che la collega con Rovigo, dalla ex strada statale 11 Padana Superiore che collega Torino a Venezia, dalla ex strada statale 12 dell’Abetone e del Brennero che collega Pisa al passo del Brennero e dalla ex strada statale 62 della Cisa che collega Verona a Sarzana.

Ferrovie e mobilità extraurbana[modifica | modifica wikitesto]

La stazione di Verona Porta Nuova con il piazzale antistante

A cavallo tra Ottocento e Novecento il rapido sviluppo della tecnologia ferroviaria e il successo del sistema portò alla realizzazione di una rete di trasporto che investiva la città scaligera del ruolo di nodo, afferendovi infatti dal 1857 la ferrovia Milano-Venezia, dal 1867 la ferrovia del Brennero, dal 1874 la ferrovia Verona-Mantova-Modena, dal 1877 la ferrovia Verona-Rovigo e dal 1924 la ferrovia Bologna-Verona.[148] Inoltre fra il 1889 e il 1959 era attiva la ferrovia Verona-Caprino-Garda,[149] che aveva capolinea alla dismessa stazione di porta San Giorgio. Tra le stazioni ferroviarie presenti vi sono quella di Verona Porta Nuova, principale impianto passeggeri della città e tra i maggiori d’Italia, quella di Verona Porta Vescovo, presso la quale sorge un importante impianto di manutenzione, e due stazioni passeggeri fuori servizio, Verona Parona e Verona Ca’ di David. Il traffico ferroviario merci invece si dirige presso il Quadrante Europa, che funge da interporto per il trasporto merci stradale, ferroviario e aereo.

Verona in passato fu inoltre al centro di un vasto sistema di tranvie extraurbane: dall’area di Porta Nuova originava la tranvia Verona-Albaredo-Coriano in servizio fra il 1898 e il 1925, interessata da un esperimento di trasporto integrato che prevedeva la costruzione di un grande porto fluviale sull’Adige presso Albaredo; presso la stazione di Porta Vescovo trovava invece capolinea un sistema metrotranviario che aveva nella tranvia Verona-Caldiero-San Bonifacio, che fu in esercizio fra il 1881 e il 1958, il tronco principale da cui si diramavano altre tratte verso TregnagoSan Giovanni Ilarione e Cologna Veneta, oltre a un tratto secondario rappresentato dalla tranvia Verona-Grezzana che fra il 1922 e il 1958 fece da forte volano per l’economia della Valpantena. Successivamente queste tranvie vennero rimpiazzate da linee filoviarie extra-urbane, il cui servizio si protrasse fino agli anni ottanta, oppure dismesse.[150]

Mobilità urbana[modifica | modifica wikitesto]

Autobus ATV lungo corso Porta Nuova

Il servizio di trasporto pubblico dal 1884 al 1951 si basò su una rete tranviaria urbana che veniva inizialmente percorsa da tram trainati da cavalli, sostituiti nel 1908 dai primi mezzi elettrici, che diedero la possibilità ai cittadini di usufruire di un trasporto pubblico più efficiente e in linea con i tempi.[151] La rete si componeva di tre linee, di cui la principale collegava le due stazioni ferroviarie della città, Verona Porta Nuova e Verona Porta Vescovo, mentre altre due linee collegavano il centro con porta San Zeno, in direzione Borgo Milano, e porta San Giorgio, in direzione Borgo Trento, che erano nuove zone di forte espansione edilizia della città.[152] Dal 1937 si attuò la riconversione della linee tranviarie e si andò così a costituire una nuova rete filoviaria in loro sostituzione; l’esercizio delle linee filoviarie terminò però nel 1975, quando vennero a loro volta sostituite da un servizio di autobus di linea.

Dal 2007 la mobilità urbana ed extraurbana di Verona è svolta con autoservizi gestiti dall’Azienda Trasporti Verona, anche se è in fase di costruzione una nuova rete di filobus composta da quattro linee per un totale di quasi 24 km, che dovrebbe essere completata entro il 2022.[153] Completa il sistema di trasporti cittadino la funicolare di Castel San Pietro, che è stata progettata e realizzata tra il 1938 e il 1941 con lo scopo di collegare l’omonimo castello, dove si trovava l’Accademia di Belle Arti Cignaroli, al centro cittadino. La funicolare rimase in funzione fino al 1944, dopodiché seguì un lungo periodo di chiusura terminato nel 2017. La nuova soluzione adottata ha previsto il recupero delle stazioni esistenti e l’installazione di un moderno ascensore inclinato panoramico.[154]

Aeroporti[modifica | modifica wikitesto]

Hangar per la manutenzione dell’aeroporto di Verona-Villafranca

La realizzazione dell’aeroporto di Verona-Villafranca, principale aerostazione del territorio, ebbe inizio nel 1954 quando in base agli accordi NATO venne definitivamente dismesso il vicino aeroporto militare di Ganfardine, già bombardato dagli Alleati sul finire della seconda guerra mondiale e ulteriormente danneggiato dai tedeschi in fuga, e costruito un nuovo campo di aviazione militare, spostato per ragioni tecniche e per una migliore funzionalità al confine tra i comuni di SommacampagnaVillafranca e Verona.[155] A partire dal 1958 si cominciarono a operare pionieristici voli charter e cargo diretti verso alcuni Stati dell’Europa settentrionale per arrivare nel 1961 all’inaugurazione dei primi voli di linea verso Roma, grazie all’interessamento del sindaco Giorgio Zanotto.[156] Con l’intensificarsi del traffico nel 1973 si decise di realizzare strutture più adeguate, portando così alla nascita di una vera e propria aerostazione civile che nel tempo fu oggetto di diverse ristrutturazione fino a quella principale del 1990, che portò al raddoppio degli spazi a disposizione.[157]

A Nord del territorio comunale si trova invece l’aeroporto di Verona-Boscomantico, che cominciò a operare dal 1911 come base militare per dirigibili e attualmente è utilizzato per manifestazioni e voli turistici.[158]

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Gonfalone civico
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sindaci di Verona.

La storia amministrativa del Comune di Verona dall’istituzione della Repubblica Italiana a oggi può essere suddivisa in due fasi: per i primi quarant’anni si sono succeduti esclusivamente sindaci della Democrazia Cristiana, mentre dal 1994 in avanti la città è stata amministrata prevalentemente da esponenti di centro-destra.

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Verona è gemellata con le seguenti città:

  • Germania Monaco di Baviera, dal 1960, in quanto, essendo equidistanti dal passo del Brennero, sono porte gemelle verso i reciproci stati e sono legate da intensi rapporti commerciali;[159]
  • Francia Nîmes, dal 1960, in quanto hanno in comune le vestigia di antichi monumenti romani;[160]
  • Belgio Saint-Josse-ten-Noode, dal 1960, per attivare scambi culturali tra due città importanti dal punto di vista storico-artistico (la cittadina belga fa parte del nucleo urbano di Bruxelles);[161]
  • Austria Salisburgo, dal 1973, per il comune amore per l’arte e la musica e per determinare quindi un sodalizio duraturo tra la cittadina scaligera, sede del festival lirico areniano, e la cittadina austriaca, patria di Mozart;[162]
  • Croazia Pola, dal 1982, per il comune passato scandito dall’appartenenza alla decima Regio romana, periodo di cui entrambe la città possiedono numerose testimonianze, dalla dipendenza nella prima età cristiana al patriarcato di Aquileia e quella secolare alla Repubblica di Venezia;[163]
  • Stati Uniti Albany, dal 1992, sostenuto dagli enti e istituti economici e bancari della città, per avere un più stretto scambio culturale, economico, finanziario e turistico con lo stato di New York;[164]
  • Giappone Nagahama, dal 1992, in quanto la città giapponese e quella scaligera mostrano di essersi sviluppate parallelamente, di essere insediamenti a misura d’uomo e, nonostante la lontananza, di avere un substrato economico molto simile.[165]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Lo Stadio Marcantonio Bentegodi, principale impianto sportivo della città

Calcio
Le principali formazioni calcistiche cittadine sono quelle dell’Hellas Verona, che dall’istituzione della Serie A a girone unico è stata l’unica squadra di una città non capoluogo di regione, durante la stagione 1984-1985, a vincere il massimo campionato,[166] e del ChievoVerona, che costituisce un unicum nel panorama calcistico italiano, essendo l’unico club proveniente dalle categorie regionali minori ad aver scalato l’intera piramide calcistica nazionale, fino a giungere dapprima in Serie A e poi nelle coppe europee.[167] Le due squadre disputano le gare casalinghe e il derby cittadino allo stadio Marcantonio Bentegodi, realizzato nel 1963 per prendere il posto dell’omonimo stadio, demolito nello stesso anno. Due squadre che partecipano a categorie minori ma che sono comunque arrivate a giocare in Serie C sono invece la Virtus Verona e l’Audace.
Nel calcio femminile la città è rappresentata dal Women Hellas Verona, ma in passato sono state attive altre quattro squadre, sciolte rispettivamente nel 1986, nel 2000, nel 2004 e nel 2018: il Verona Ritt Jeans; il Verona Calcio Femminile, vincitore di uno scudetto nella stagione 1995-1996; il Foroni Verona, che ha vinto due scudetti nelle stagioni 2002-2003 e 2003-2004, una Coppa Italia nel 2002, la Supercoppa italiana del 2002 e del 2003; il Verona Women, vincitore di ben cinque scudetti (nelle stagioni 2004-20052006-20072007-20082008-2009 e 2014-2015), tre Coppe Italia (nel 20062007 e 2009) e quattro Supercoppe italiane (nel 200120052007 e 2008).
Pallacanestro
La principale società di pallacanestro di Verona è la Scaligera Basket Verona, una formazione nata nel 1951 ma che visse il momento agonisticamente migliore durante gli anni novanta, quando raggiunse i vertici italiani ed europei vincendo la Coppa Italia del 1991, la Supercoppa italiana del 1996 e la Coppa Korać nel 1998, oltre a ottenere la seconda posizione durante l’Eurocoppa 1996-1997. Infine nel 2015, mentre partecipava alla seconda serie del campionato italiano di pallacanestro, è riuscita a vincere la Coppa Italia LNP.

L’AGSM Forum durante una partita di pallavolo

Pallavolo
La principale squadra di pallavolo maschile è la BluVolley Verona, una società nata nel 2001 dalla fusione di altre due. La squadra veronese è riuscita a vincere una prima volta la Coppa Italia di Serie A2 nel 2004 e una seconda volta nel 2008. A livello europeo, invece, ha vinto la Challenge Cup nel 2016.
Ciclismo
A Verona si sono disputate due edizioni del campionato del mondo di ciclismo su strada, nel 1999 e nel 2004, inoltre ha ospitato numerose tappe del Giro d’Italia, tra cui quella iniziale del Giro del 1985, vinta da Francesco Moser, e le tappe conclusive di quattro edizioni: nel 1981, con vittoria di tappa di Knut Knudsen e maglia rosa indossata da Giovanni Battaglin; nel 1984, con vittoria sia del Giro sia della tappa di Francesco Moser; nel 2010, con vittoria di tappa di Gustav Larsson e maglia rosa a Ivan Basso; e infine nel 2019, con vittoria di tappa di Chad Haga e maglia rosa a Richard Carapaz. Tra i grandi campioni del ciclismo veronese si ricordano Paola Pezzo, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta e di SydneyDamiano Cunego, vincitore del Giro d’Italia 2004, ed Elia Viviani, iridato alle Olimpiadi di Rio de Janeiro.[168]
Altri sport
Tra le altre società sportive scaligere competitive sono presenti il Verona Rugby, la squadra di football americano Redskins Verona e la società canoistica Canoa Club Verona. Nel Comune ha inoltre sede un Centro Federale di Alta Specializzazione gestito dalla Federazione Italiana Nuoto e intitolato ad Alberto Castagnetti.[169]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Scalìgero, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
  2. ^ Bilancio demografico anno 2019, su demo.istat.it. URL consultato il 31 dicembre 2019.
  3. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012 (archiviato dall’url originale il 1º gennaio 2017).
  4. ^ Bruno Migliorini et al.Scheda sul lemma “Verona”, in Dizionario d’ortografia e di pronunzia, Rai Eri, 2007, ISBN 978-88-397-1478-7.
  5. ^ Luciano CanepariVerona, in Il DiPI – Dizionario di pronuncia italiana, Zanichelli, 2009, ISBN 978-88-08-10511-0.
  6. ^ City of Verona, su whc.unesco.org. URL consultato il 9 ottobre 2020 (archiviato il 3 ottobre 2020).
  7. ^ Camera di Commercio di Verona, pp. 7-8.
  8. ^ Comune di Verona, p. 104.
  9. ^ Comune di Verona, pp. 104-105.
  10. ^ Salta a:a b Comune di Verona, p. 120.
  11. ^ Comune di Verona, pp. 110-111.
  12. ^ Baldassin Molli, p. 17.
  13. ^ Notiziario della Banca Popolare di Verona, Verona, 1989, n. 1.
  14. ^ Salta a:a b Baldassin Molli, p. 23.
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Udine

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Udinese” rimanda qui. Se stai cercando la società calcistica locale, vedi Udinese Calcio.
Udine
comune
Udine – Stemma Udine – Bandiera
Udine – Veduta

In senso orario: piazza Libertà con la loggia di San Giovanni ed il castello, l’angelo del castello, il duomo, piazza Matteotti, la loggia del Lionello, via Mercatovecchio

Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Friuli-Venezia-Giulia-Stemma.svg Friuli-Venezia Giulia
Provincia Non presente
Amministrazione
Sindaco Pietro Fontanini (Lega Nord) dal 14-5-2018
Territorio
Coordinate 46°04′N 13°14′ECoordinate46°04′N 13°14′E (Mappa)
Altitudine 113 m s.l.m.
Superficie 57,17 km²
Abitanti 99 051[1] (31-12-2019)
Densità 1 732,57 ab./km²
Frazioni Godia, Beivars, San Bernardo, San Gottardo, Laipacco, Baldasseria, Baldasseria Bassa, Cussignacco, Gervasutta, Cormor Alto, Cormor Basso, Rizzi
Comuni confinanti CampoformidoPagnaccoPasian di PratoPavia di UdinePovolettoPozzuolo del FriuliPradamanoReana del RojaleRemanzaccoTavagnacco
Altre informazioni
Lingue italianofriulanoveneto udinese
Cod. postale 33100
Prefisso 0432
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 030129
Cod. catastale L483
Targa UD
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona E, 2 323 GG[2]
Nome abitanti udinesi
Patrono santi Ermacora e Fortunato
Giorno festivo 12 luglio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Udine
Udine
Udine – Mappa

Posizione del comune di Udine nell’ex omonima provincia

Sito istituzionale

Udine (AFI/ˈudine/[3]Udin in friulano[4]Weiden in tedescoVidem in sloveno e serbocroatoUtinum in latino medioevale, forse Vedinum in latino classico[5]) è un comune italiano di 99 051 abitanti[1] del Friuli-Venezia Giulia, considerata la capitale storica del Friuli[6]: già capoluogo dell’omonima provincia, in base alla legge regionale 26/2014 “Riordino del sistema Regione – Autonomie locali del Friuli Venezia Giulia” Udine è sede della UTI del “Friuli Centrale” di cui fa parte con i comuni di CampoformidoMartignaccoPagnaccoPasian di PratoPavia di UdinePozzuolo del FriuliPradamanoReana del RojaleTavagnacco e Tricesimo, con una popolazione totale di 172 259 abitanti[7].

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

La città è situata al centro della regione storica friulana. Dista, in linea d’aria, poco più di 20 km dalla Slovenia, e circa 54 km dall’Austria. Ciò la pone in una posizione strategica, presso l’intersezione delle direttrici europee est-ovest (Corridoio V o Mediterraneo) e nord-sud (Via Iulia Augusta, ora riconosciuta dall’Unione europea come parte del Corridoio Baltico-Adriatico[8]), sulla via che porta verso l’Austria e verso l’est europeo.

Sorge nell’alta pianura, intorno ad un colle isolato (secondo la leggenda edificato da Attila per ammirare l’incendio che lui stesso provocò alla città di Aquileia, ma in realtà è formato da rocce conglomeratiche antiche più di 100.000 anni), in cima al quale è situato il castello, a pochi chilometri dalla fascia collinare, ed è costeggiata dal torrente Cormor a ovest e dal torrente Torre ad est.

Vedute dal Castello
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Vista panoramica dal castello della città di Udine verso l’orizzonte nord occidentale, nord e nord orientale del Friuli

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Il clima di Udine è prevalentemente continentale temperato, con temperature abbastanza elevate d’estate e relativamente rigide d’inverno, ma con minor continentalità rispetto alle città della pianura Padana centrale e occidentale. L’inverno è la stagione meno piovosa, mentre d’estate sono frequenti i fenomeni temporaleschi, anche accompagnati da forti grandinate. Nel complesso risulta essere uno dei capoluoghi di provincia più piovosi d’Italia.[9] Udine è comunque una delle zone meno nevose delle pianure settentrionali, con circa 10 cm di precipitazioni nevose annuali. La decrescita rispetto ai primi decenni del secolo scorso tuttavia è minore rispetto a molte città del Nord-Ovest italiano (13 cm la media a Udine nel 1910Torino invece ha perso ben 28 cm di nevosità, passando da 55 a 27). Dopo il decennio 1991–2000, con una bassissima media nevosa (4 cm), il decennio attuale mostra un discreto aumento (media di 12 cm), grazie alle abbondanti nevicate del 2005 e 2010. Le nevicate più abbondanti dal gennaio 1985 (30 cm di accumulo) furono:

  • gennaio 1987 (40 cm)
  • 31 dicembre 1996 (10 cm)
  • 21 febbraio 2005 (8 cm)
  • 3 marzo 2005 (15 cm)
  • 29 dicembre 2005 (20-25 cm)
  • 17 dicembre 2010 (10-15 cm).

Spesso sono differenti gli accumuli da nord a sud della città: verso nord infatti c’è meno disturbo eolico e spesso maggior esposizione alle correnti di SW, vere fautrici delle rare nevicate udinesi. La classica configurazione da neve per Udine è la formazione di un minimo depressionario nel golfo ligure e la sua traslazione verso il golfo di Venezia, con la formazione contemporanea di un minimo ad occhiale. Eccezione alla regole fu il gennaio ’85, dove resistette ai venti di scirocco (non troppo forti però) un cuscino freddo formatosi con le straordinarie temperature dei giorni passati (record di freddo con -14,8 °C).

Mese Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Anno
Temperatura massima media (°C) 7 9 13 17 22 25 28 28 24 19 13 8 17,7
Temperatura minima media (°C) -1 1 3 7 11 15 17 17 13 9 4 0 8,2
Piogge (mm) 89 72 103 119 126 136 79 90 99 124 107 104 1248
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Stazione meteorologica di Udine CentroStazione meteorologica di Udine Campoformido e Stazione meteorologica di Udine Rivolto.

Origini del nome[modifica | modifica wikitesto]

Toponimo preromano, G. Frau ipotizza una formazione dalla radice *oudh- / *udh- ʿmammellaʾ → ʿcolleʾ, seguita da un suffisso «non del tutto chiaro». Attestazioni: Udene (983), Utinum (latinizzazione da Ud-; attorno al 1000) altri studiosi fanno derivare il nome dal culto per le ninfe undine che venivano venerate in questo luogo in epoca preromana e romana. Un’altra possibile etimologia è la derivazione dal longobardo *Wotan, ovvero un altro nome del Dio Odino [senza fonte], Padre degli Dèi. Infatti, i Longobardi, una popolazione di origine germanica, attorno al VI secolo si insediarono proprio in questa zona. Non a caso Cividale del Friuli era un importante centro di questa popolazione.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Udine.

Capitale della regione storica del Friuli, è abitata sin dal neolitico[10], epoca alla quale risalgono i resti di un antico Castelliere che si sviluppava attorno al colle del castello circa 3500 anni fa[11]. Nonostante recenti ritrovamenti archeologici risalenti al I secolo a.C. testimonino la sua esistenza anche in epoca romana[12], la città di Udine accrebbe la sua importanza grazie al declino di Aquileia prima e Cividale poi.

Citata in occasione della donazione del castello cittadino da parte dell’Imperatore Ottone II nel 983 con il nome di Udene, dal 1222 divenne una delle residenze dei Patriarchi di Aquileia, grazie al Patriarca Bertoldo di Andechs che si trasferì da Cividale a Udine in seguito ad un terremoto che lesionò la sua residenza (25 dicembre). Per la sua centralità fu sempre più preferita dai Patriarchi, che vi fecero in seguito erigere il palazzo patriarcale. Nel XIV secolo Udine divenne la città più importante della regione per il commercio e i traffici a scapito di Aquileia e Cividale del Friuli. Il 7 giugno 1420, in seguito alla guerra tra Venezia e il Patriarcato di Aquileia, la città venne conquistata dalle truppe veneziane, segnando la caduta e la fine del potere temporale dei Patriarchi. Famiglia nobile friulana di riferimento per conto della serenissima in città quella dei Savorgnan il cui stemma di famiglia diventa, di fatto, quello della città.

La guerra civile del 1511[modifica | modifica wikitesto]

Pianta prospettica del 1652 attribuita a Joseph Heintz il Giovane, è conservata presso i civici musei del Castello

La città di Udine fu interessata, a partire dal 27 febbraio 1511, da una guerra civile passata alla storia con il nome di crudel zoiba grassa che si rivelò sanguinosa e che si estese presto a tutto il Friuli. Ad aggravare le condizioni della popolazione fu, nei giorni immediatamente successivi, un violento terremoto in seguito al quale si svilupparono numerosi incendi ed il crollo del castello cittadino. Buona ultima, giunse poi la peste a far sì che la situazione peggiorasse ulteriormente.[13] Legato alla Zoiba Grassa è l’origine friulana di Romeo e Giulietta, due giovani, Lucina e Luigi, appartenenti alle famiglie rivali dei Savorgnan e dei Da Porto.[14]

Dal dominio veneziano alla prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Tina Modotti, attrice, fotografa e rivoluzionaria, nel film del 1920 Pelle di tigre

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Repubblica di Venezia.

Sotto il dominio della Repubblica di Venezia dal 1420 al 1797, Udine divenne la quinta città della Repubblica per importanza e popolazione e lo fu sino alla fine del XVIII secolo[15]. Con la Caduta della Repubblica di Venezia, Udine diventa francese per via delle campagne napoleoniche. In seguito alla Restaurazione Udine vide il passaggio al Regno Lombardo-Veneto, stato posto sotto la sovranità dell’allora Impero austriaco.

Nel 1848 durante la Prima Guerra d’Indipendenza, la città insorse contro gli austriaci insieme con il resto del Friuli. Venne creato un Governo Provvisorio a Palmanova sotto la guida del generale Carlo Zucchi. L’esercito asburgico prese Palmanova, incendiò molti paesi vicini, e infine bombardò Udine, che capitolò. Queste vicende vennero appassionatamente raccontate dalla scrittrice Caterina Percoto, testimone oculare dei fatti. Nel 1866, ci fu l’annessione al Regno d’Italia.

Dalla prima guerra mondiale alla fine del Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Gaetano Perusini, neuropsichiatra, scopritore insieme ad Alois Alzheimer della malattia di Alzheimer

Durante la prima guerra mondiale Udine fu, fino alla disfatta di Caporetto, sede dell’alto Comando supremo militare italiano, tanto da ricevere l’appellativo di “capitale della guerra“. Dal 17 agosto 1915 era sede anche del II Gruppo (poi 2º Gruppo volo). L’ospedale psichiatrico di Sant’Osvaldo, a pochi chilometri dal comando militare delle operazioni di guerra, era stato trasformato nel 1916 in un ospedale militare. I malati di mente vennero trasferiti in altri ospedali italiani ma l’ospedale ospitava comunque un migliaio di degenti, in parte militari.

Proprio nei pressi dell’ospedale si costituì un deposito di munizioni. Il 27 agosto del 1917 alle ore 11.00 il deposito di munizioni esplose, causando un disastro del quale non venne mai riconosciuto il numero esatto delle vittime civili e militari e che causò la completa distruzione delle abitazioni di una vastissima zona, della chiesa di Sant’Osvaldo e dell’asilo di Sant’Osvaldo. Il disastro, causato probabilmente dalla sottovalutazione del pericolo di stoccaggio di munizioni e gas da parte dei militari italiani, passò sotto censura da parte delle autorità militari, peraltro in quei mesi presenti in città per dirigere la guerra, e viene ricordato dalla popolazione udinese con il nome di “scoppio di Sant’Osvaldo” o “la Polveriera di Sant’Osvaldo”.[16] Meno di due mesi dopo seguì la Disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1917.

Nel primo dopoguerra la città divenne capoluogo della Provincia del Friuli, che comprendeva l’allora provincia di Gorizia (fino al 1927), e le attuali province di Pordenone (fino al 1968) e Udine. Dopo l’8 settembre 1943 venne posta sotto la diretta amministrazione militare del III Reich nell’ambito del Zona d’operazioni del Litorale adriatico che cessò con la fine dell’occupazione tedesca nell’aprile 1945. Il 6 maggio 1976 la città venne colpita dal disastroso terremoto del Friuli. Sebbene a Udine il numero delle vittime non fu elevato, il Comune e la cittadinanza contribuirono in modo sostanziale alla ricostruzione, organizzando gli aiuti alla popolazione colpita. In seguito al disastroso terremoto, venne nominato dal Governo italiano commissario per la Protezione civile Giuseppe Zamberletti. Proprio in quella occasione nacque una moderna e organizzata Protezione civile italiana.

Gli anni di piombo colpirono anche la città. Nel 1978 ne fu vittima il maresciallo Antonio Santoro.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Stemma del Comune

Lo stemma del Comune di Udine è uno scudo bianconero sormontato da una corona ducale, che peraltro riprende lo stemma della Famiglia Savorgnan. Sulla corona ducale è posto un cavallo nascente. Lo scudo è circondato da un ramo di alloro e di quercia , legati da un nastro tricolore al quale è appuntata la medaglia d’oro al valor militare.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

La città è stata decorata con la croce al merito di guerra (1915-1918) [senza fonte]

Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra

Udine è tra le Città decorate al valor militare per la guerra di liberazione per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale, concessa alla città per l’intero Friuli:

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’oro al valor militare
«Fedele alle tradizioni dei padri, anelante a riscattarsi dalla tirannide e a rinascere a libertà, il popolo Friulano, dopo l’8 settembre 1943, sorgeva compatto contro l’oppressione tedesca e fascista, sostenendo per 19 mesi una lotta che sa di leggenda. A domarne la resistenza, il tedesco guidava e lanciava, in disperati sforzi, orde fameliche di mercenari, mentre il livore fascista a servizio delle barbarie tradiva il generoso sangue del popolo. La fede ardente e l’indomito valore delle genti Friulane vincevano sulle rappresaglie, sul terrore, sulla fame. Nelle giornate radiose dell’insurrezione, i suoi ventimila partigiani, schierati dai monti al mare, scattavano con epico eroismo per ridonare a vita ed a libertà la loro terra. Duemilaseicento morti, milleseicento feriti, settemila deportati, ventimila perseguiti sentono ancora nello spirito le ansie e i patemi e nelle carni il bruciore delle ferite e delle torture, testimoniano il cruento e glorioso sacrificio offerto dal popolo, alla madre comune, e dai roghi ardenti dei paesi distrutti si leva al cielo la sacra fiamma dell’amore per l’Italia e per la libertà. Settembre 1943 – maggio 1945»
— 4 giugno 1947[17]
Titolo di città - nastrino per uniforme ordinaria Titolo di città
«Città Regia»
— Patente Imperial Regia, 24 aprile 1815

Ricorrenze[modifica | modifica wikitesto]

Le ricorrenze principali della città di Udine:

Monumenti e luoghi d’interesse[modifica | modifica wikitesto]

Vista di Via Mercatovecchio, nel cuore della città

La città di Udine conserva, dal punto di vista urbanistico, la tipica impronta delle città medievali. La città si è sviluppata intorno al colle del castello, al centro, espandendosi a partire dal X secolo (si contarono ben cinque cerchie murarie successive, fino al XV secolo, con relative porte e portoni).

Tra i monumenti più famosi: il Castello sito su di un colle che domina la città, il Duomo, la Loggia del Lionello, il Palazzo Arcivescovile con gli affreschi del Tiepolo, la piazza Libertà in stile veneziano e piazza Matteotti, che rappresenta il cuore cittadino assieme a via Mercatovecchio. Per quanto riguarda le opere moderne, da segnalare il Teatro Nuovo Giovanni da Udine, inaugurato nel 1997, il progetto porta la firma dell’ingegner Giuliano Parmegiani e dell’architetto Lorenzo Giacomuzzi Moore.

Loggia del Lionello
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La Loggia del Lionello

Architetture di piazza Libertà e del castello[modifica | modifica wikitesto]

  • Loggia del Lionello
    Costruita a fasce alterne di pietre bianche e rosa è affacciata sulla centrale piazza Libertà (in precedenza chiamata Contarena e “Vittorio Emanuele II”). È una loggia pubblica in stile gotico veneziano, i cui lavori iniziarono nel 1448 a opera di Bartolomeo delle Cisterne su disegno dell’orafo Nicolò Lionello e terminarono nel 1457. Nei secoli a seguire subì varie modifiche e, a seguito del rovinoso incendio che la distrusse nel 1876, fu restaurata da Andrea Scala che tenne fede ai disegni originali. Gran parte delle opere che erano presenti all’interno sono ora conservate nel museo della città. Fra queste ricordiamo il ciclo di tele della Serenissima Repubblica di Venezia e la Madonna con bambino di Giovanni Antonio de’ Sacchis, datata 1516.
  • Loggia e tempietto di San Giovanni
    Di fronte alla loggia del Lionello si trovano la loggia ed il tempietto di San Giovanni, erette nel 1533 dall’architetto lombardo Bernardino da Morcote. La loro realizzazione comportò numerosi problemi, sia sul piano urbanistico che pratico. L’opera che ne risultò ha un vago sapore brunelleschiano. La chiesa, anticamente dedicata a san Giovanni, ora è adibita a tempietto ai Caduti. Sempre di fronte alla loggia del Lionello, si ergono le statue di Ercole e Caco, attribuite ad Angelo de Putti.
Loggia di San Giovanni e Torre
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La loggia di San Giovanni con la torre dell’Orologio

  • Torre dell’Orologio
    Inglobata nella loggia di San Giovanni, la torre fu costruita nel 1527 su disegno di Giovanni da Udine che si ispirò alla torre veneziana di piazza San Marco. Alla sua sommità sorgono i due mori che battono le ore su una campana, le attuali sculture in rame risalgono al 1852 ed hanno sostituito quelle originali in legno.
  • Arco Bollani e chiesa di Santa Maria in Castello
    Da piazza Libertà si prosegue lungo la salita del Castello, dove poi si attraversa l’arco Bollani, del 1556, progettato da Andrea Palladio e sormontato dal leone di San Marco. Si percorre quindi la loggia del Lippomano, datata 1487. Si giunge così alla chiesa di Santa Maria di Castello, la più antica della città. Alla chiesa di Santa Maria è addossata la “casa della Confraternita”, edificio medievale restaurato nel 1930. Accanto sorge l'”arco Grimani” eretto nel 1522 in onore del doge omonimo, originariamente situato in via Portanuova e qui ricomposto nel 1902, attraverso l’arco si giunge al piazzale del castello.
  • Il castello
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Castello di Udine.

La facciata posteriore del castello e il piazzale

L’imponente costruzione domina il colle e l’intera città di Udine. Da tempo immemorabile, era presente sul colle un sito fortificato testimoniato dai resti neolitici e romani ritrovati sul colle del castello. Dopo numerosi rimaneggiamenti quest’ultimo fu gravemente danneggiato nel terremoto del 1511. Il 2 ottobre 1517 fu dato avvio alla ricostruzione, che tuttavia si protrasse a lungo nel tempo, per mancanza di fondi, vastità e complessità dei lavori. Questi vennero inizialmente affidati a Giovanni Fontana, che però lasciò la città rinunciando all’incarico nel 1519.

La casa della Contadinanza

L’aspetto romano-cinquecentesco dell’edificio, che lo rende più simile ad una residenza signorile che ad un’infrastruttura militare, è dovuto all’intervento di Giovanni da Udine, che, a partire dal 1547, riprese e portò a termine il cantiere. Altre modifiche interne furono apportate nei secoli successivi per poterlo adibire agli usi più vari: carcere, caserma, sede municipale ecc. Il castello ospita il salone del Parlamento della Patria del Friuli risalente al XII secolo è uno dei più antichi d’Europa.

  • Casa della Contadinanza
    Sullo spiazzo erboso alla sommità del colle del castello, sorge la casa della Contadinanza in cui risiedevano i rappresentanti dei contadini friulani, terzo corpo politico della Patria del Friuli. Quella attuale è la copia qui ricomposta nel 1931 di un edificio risalente al XVI secolo che si trovava tra via Vittorio Veneto e via Rauscedo. L’edificio ha in seguito ospitato l’armeria del castello e nei tempi più recenti è stato adibito a locale per la degustazione di prodotti tipici friulani.

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Udine è sede arcivescovile.

La facciata della cattedrale

Edificata a partire dal 1236 per volere del patriarca Bertoldo di Andechs-Merania. La costruzione venne ultimata in un centinaio di anni. A fianco del Duomo si trova il campanile con il battistero, sede di un piccolo Museo del Duomo.

Particolare della facciata della chiesa di Sant’Antonio Abate con stemma della famiglia Dolfin

In origine era un edificio in stile gotico risalente al XIV secolo, venne eretta per volere del patriarca Nicolò di Lussemburgo, e poi trasformata nel 1733 con la facciata ad opera di Giorgio Massari, si trova nei pressi di piazza Patriarcato. Oggi sconsacrata, è utilizzata come auditorium ed ospita mostre ed esposizioni.
Al suo interno si trovano le tombe degli ultimi quattro Patriarchi di AquileiaFrancesco BarbaroErmolao BarbaroDaniele Dolfin e Dionisio Dolfin.

La facciata neoclassica della chiesa del Redentore

  • Chiesa del Redentore
    Risale al 1733; la facciata, in stile neoclassico, è stata realizzata un secolo dopo dall’architetto friulano Giovanni Battista Bassi; si trova in via Mantica.
  • Chiesa di San Cristoforo, oggi sede della Missione Romena Unita a Roma “San Cristoforo” (dal 2002/2003)
    Qui si può ammirare il bel portale in puro stile rinascimentale scolpito nel 1518 dallo scultore lombardo Bernardino da Bissone.
  • Chiesa di San Francesco
    La chiesa fu consacrata nel 1266 e con l’attiguo convento costituisce l’inizio della penetrazione dell’ordine dei frati francescani nel Patriarcato di Aquileia. I frati furono introdotti dal patriarca Bertoldo di Andechs-Merania, amico personale di san Francesco d’Assisi. È ritenuta una delle chiese più belle della città per la sua pura e semplice linea francescana. All’interno, formato da un’unica navata che termina con tre absidi, sono visibili affreschi trecenteschi, molto deperiti; rappresentano i più antichi esempi di pittura in città. Attualmente la chiesa (oggi sconsacrata) è utilizzata per mostre temporanee, mentre il convento è la sede del Tribunale.
  • Chiesa di San Giacomo
    Eretta nel 1378 per volere della “Confraternita dei pellicciai”, inizialmente come cappella poi ingrandita, è situata nell’antica “piazza delle Erbe”, oggi piazza Matteotti, ma più conosciuta come piazza San Giacomo. La facciata attuale risale al 1525 ad opera di Bernardino da Morcote, mentre la cappella laterale fu aggiunta dopo il 1650. Accanto sorge la “Cappella delle anime” realizzata nel 1744 con all’interno una tela di Michelangelo Grigoletti.
  • Chiesa di San Giorgio
    Fu eretta a partire dal 1760, aperta al culto nel 1780 e terminata solo nel 1831 in borgo Grazzano. All’interno una pala del 1529 raffigurante San Giorgio che uccide il drago, opera di Sebastiano Florigerio.

La chiesa di San Pietro Martire

  • Chiesa di San Pietro Martire
    Si trova in via Valvason, faceva parte dell’antico convento duecentesco dei domenicani, fu consacrata nel 1285, l’attuale edificio risale al XIX secolo; Della costruzione primitiva conserva solo il portale lombardesco ed il campanile. L’interno è formato da una sola aula senza navate e a suo tempo era decorato con numerosi dipinti. La chiesa fu saccheggiata nel 1797 dalle truppe francesi, che vi si insediarono per un certo periodo. Sono conservate le tombe di nobili personaggi, un dipinto di Pomponio Amalteo raffigurante il Martirio di san Pietro ed alcuni altorilievi di Giuseppe Torretti, inoltre vi sono affreschi di Andrea Urbani.
  • Chiesa del Santo Spirito
    L’edificio originario, situato in via Crispi, risale al 1395, fu poi ricostruito su progetto di Giorgio Massari nel XVIII secolo. Ha pianta ottagonale e conserva due tele del pittore settecentesco Francesco Zugno.
  • Chiesa di San Valentino
    Risalente al 1574 si trova in via Pracchiuso, uno degli antichi borghi della città, qui si svolge annualmente la festa dedicata al Santo.
  • Chiesa della Santa Maria della Misericordia nell’ospedale civile
    Edificata nel 1959 su progetto di Giacomo Della Mea, all’interno presenta mosaici di Fred Pittino, bronzi di Giulio e Max Piccini e nel pronao graffiti di Ernesto Mitri.
  • Chiesa di Santa Chiara
    Si trova presso l’Educandato Uccellis, risalente al XVII secolo, all’interno presenta affreschi di Giulio Quaglio.
  • Tempio ossario dei Caduti d’Italia
    Realizzato tra il 1925 ed il 1936 per volere di mons. Cossettini su progetto di Provino Valle, con la sua mole domina l’antistante piazzale XXVI Luglio 1866, all’interno sono conservate, secondo la tradizione, 25.000 salme di caduti durante la prima guerra mondiale. In realtà le salme sono 21.874.
  • Chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Paderno
  • Chies di San Marco Evangelista a Chiavris
  • Cappella Manin
    Edificio settecentesco del 1733 a pianta esagonale in stile barocco commissionato a Domenico Rossi dal conte Lodovico Alvise Manin, padre del futuro doge Ludovico Manin. Al suo interno sull’altare si può ammirare una Madonna con Gesù bambino, opera di Giuseppe Torretti. Sempre opera sua sono gli altorilievi presenti alle pareti: Nascita della VergineVisitazionePresentazione di Gesù al tempio e Presentazione di Maria bambina al tempio.
  • Cappella di Santa Maria del Monte
    Annessa al palazzo del Monte di Pietà ospita opere di Giulio Quaglio.

Palazzi[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo del Monte di Pietà in via Mercatovecchio

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Palazzi e architetture del centro storico di Udine.

Palazzo D’Aronco, sede municipale

Giovanni da Udine, pittore e architetto rinascimentale

  • Palazzo del Comune
    Tipico esempio d’architettura in stile Liberty del XX secolo è il palazzo del Comune o D’Aronco dal nome dell’architetto friulano Raimondo D’Aronco che lo progettò. Fu costruito a partire dal 1911 sul luogo di un precedente edificio del Cinquecento, fu ultimato nel 1932.
  • Palazzo Valvason-Morpurgo
    Situato in via Savorgnana, in stile neoclassico risale al XVIII secolo e nel 1969 è stato donato al Comune di Udine, è dotato di un giardino con annessa loggetta. Dopo il restauro, ospita le “Gallerie del Progetto” che espongono gli archivi di architettura e design di proprietà dei Civici Musei; inoltre, è sede dell’Assessorato al Turismo e alla Cultura e di un punto d’informazioni turistiche.
  • Casa Cavazzini
    Storico palazzo, situato tra le vie Cavour e Savorgnana, di fronte alla sede municipale nel pieno centro storico. Oggetto di un lungo restauro, completato nel 2011, su progetto originario di Gae Aulenti, è ora sede del Museo di arte moderna e contemporanea. Il complesso è costituito dal cinquecentesco palazzo Savorgnan della bandiera e dalla contigua casa Cavazzini (donata al Comune dalla famiglia del commerciante e filantropo udinese Dante Cavazzini). I restauri hanno portato alla luce ritrovamenti archeologici visibili al piano terra attraverso il pavimento in vetro: una vasca-cisterna veneziana del XVI secolo e un deposito di vasellame protostorico databile alla prima metà del ferro (seconda metà dell’VIII secolo a.C.), che costituisce il ritrovamento più antico documentato nel sito. Nell’appartamento Cavazzini sono presenti inoltre affreschi di Afro BasaldellaMirko Basaldella e Corrado Cagli; al primo piano del palazzo Savorgnan della Bandiera sono invece presenti degli affreschi assegnabili alla seconda metà del Trecento, testimonianze pittoriche di soggetto profano e di notevole importanza per lo studio della pittura gotica in area friulana. In una delle due sale dove sono stati ritrovati gli affreschi si sono conservate tracce di una decorazione raffigurante un tendaggio retto da giovinette e giovani a mezza figura secondo schemi ispirati all’iconografia di composizioni sacre. A giudicare dalla decorazione l’ambiente fu forse adibito ad alcova: i giovani infatti sorreggono il tendaggio come a proteggere l’intimità della stanza. Appartenente ad epoca successiva, invece, dovrebbe essere la decorazione della sala adiacente, con le pareti occupate interamente da comparti geometrici e da formelle quadrangolari a finto marmo con figure mostruose e fantastiche derivate dalle tradizioni del bestiario medioevale.
  • Palazzo Chizzola Mantica
  • Villa Veritti, progettata da Carlo Scarpa.
  • Casa di Giovanni da Udine
  • Casa natale di Tina Modotti, Via Pracchiuso 89

Teatri[modifica | modifica wikitesto]

Questi sono i principali edifici cittadini che ospitano manifestazioni teatrali e di spettacolo (per quanto riguarda gli enti e le associazioni teatrali si veda la sezione Cultura/Teatro):

  • Teatro Nuovo Giovanni da Udine
  • teatro comunale Palamostre
  • teatro San Giorgio
  • auditorium Menossi di Sant’Osvaldo
  • auditorium A. Zanon
  • auditorium Tomadini

Altre architetture[modifica | modifica wikitesto]

Essendo Udine una ex città industriale oggi convertita al terziario, sono presenti numerosi siti di archeologia industriale, su tutti il sito delle acciaierie SAFAU nella parte sud della città e lo stabilimento dismesso Dormisch – Birra Peroni. Altri importanti siti come quelli delle acciaierie Bertoli nella parte nord della città e lo stabilimento della Birra Moretti a poca distanza dal centro storico sono stati demoliti per la realizzazione di lottizzazioni residenziali, direzionali e commerciali.

Fontane[modifica | modifica wikitesto]

Le principali fontane di Udine:

  • fontana del bergamasco Giovanni Carrara in piazza Libertà
  • fontana di piazza Matteotti
  • fontana del monumento alla Resistenza disegnato da Gino Valle

Piazze[modifica | modifica wikitesto]

Scorcio di piazza Matteotti, meglio conosciuta come piazza San Giacomo oppure piazza delle Erbe, con la chiesa di San Giacomo

  • Piazza Duomo
  • Piazza Garibaldi, anticamente e fino al 1866 era chiamata piazza dei Barnabiti o Antonini.
  • Piazza Libertà
  • Piazza Matteotti, chiamata in epoca medievale del mercato nuovo, in seguito detta piazza San Giacomo dopo la costruzione dell’omonima chiesa nel 1399 nome che popolarmente mantiene tutt’oggi.
  • Piazza I Maggio, detta anche giardin grande, nel 1866 fu chiamata piazza d’armi e nel 1900 fu intitolata, anche se non ufficialmente, a Umberto I in seguito alla sua morte[18]. La data dell’intitolazione odierna fa riferimento all’anno 1945, in cui Udine fu liberata dall’occupazione nazista con l’arrivo in città delle truppe alleate.
  • Piazza Venerio, anticamente detta piazza della ghiacciaia e poi plazze dai lens ovvero piazza delle legna che ivi venivano smerciate. L’attuale piazza era occupata dal palazzo della famiglia nobile dei Savorgnan che nel 1549, su ordine dei veneziani, fu fatto radere al suolo in seguito alla condanna per omicidio di Girolamo Savorgnan, fu quindi popolarmente soprannominata la piazza della rovina.
  • Piazza XX Settembre, detta anche piazza dei grani, in precedenza, era occupata da alcuni edifici della famiglia dei della Torre poi fatti demolire nel 1717 dal governo della Repubblica di Venezia, fu detta quindi piazza dei Torriani, nel 1868 fu acquisita dal comune. Dal 2011 è sede del mercato trasferitosi da piazza Matteotti.[19]
  • Piazzale Cella
  • Piazzale Chiavris
  • Piazzale Gabriele D’Annunzio
  • Piazzale Paolo Diacono
  • Piazzale Guglielmo Oberdan
  • Piazzale Osoppo
  • Piazzale XXVI Luglio 1866, la data fa riferimento all’arrivo in città delle truppe italiane e alla fine del dominio austriaco.

Le mura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Mura di Udine.

Nella città di Udine restano tracce o notizie di cinque cerchia di mura di cinta del centro urbano, costruite nell’arco di quasi cinquecento anni (tra l’XI e il XV secolo). Ancor più antico fu il terrapieno del castelliere, risalente all’età del bronzo.

Le rogge[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Rogge della città di Udine.

Roggia a Udine

Delle sei rogge che l’attraversano nel Medioevo, sono sopravvissute la roggia di Udine e la roggia di Palma. Forse di origine romana, sono documentate (per la concessione d’uso ai mulini) al 1217 per la roggia di Udine, e al 1171 per quella di Palma. Proprio lo studio dei salti delle rogge cittadine permisero ad Arturo Malignani di divenire un pioniere nello studio delle centrali idroelettriche.

Udine è inoltre lambita, a ovest, dal Canale Ledra-Tagliamento, che è collegato alle due rogge dal Canale di San Gottardo.

Parchi e giardini[modifica | modifica wikitesto]

  • Parchi
    • Parco del Cormôr: sorge lungo l’omonimo torrente, e si sviluppa anche nei comuni di Martignacco, Campoformido e Pozzuolo del Friuli. Il parco comprende due zone, quella a nord vicino alla fiera ha una superficie di 258.765 m², la zona a sud nei pressi del viale Venezia ha una superficie di 66.759 m².
    • Parco del Torre: sorge lungo l’omonimo torrente, e si sviluppa anche nel comune di Remanzacco, si estende su una superficie di 69.478 m².
    • Parco urbano “Moretti” (già “parco Alfredo Foni”): sorge nell’area un tempo occupata dal demolito stadio Moretti nei pressi del viale Venezia si estende su una superficie di 66.900 m².
    • Parco urbano “Ardito Desio”: sorge nei pressi dello Stadio Friuli e occupa una superficie di 28.733 m².
  • Giardini storici
    • Parco della Rimembranza: è uno dei giardini storici della città, costeggia per tutta la lunghezza via Diaz, da viale della Vittoria a viale Trieste occupando una superficie di 17.044 m².
    • Giardino Loris Fortuna: piccolo parco di 5.765 m² a fianco della centrale piazza I Maggio.
    • Area verde Giardin Grande: occupa la parte centrale di piazza I Maggio con una superficie di 19.406 m².
    • Area verde del piazzale del Castello: posto sulla sommità del colle del Castello con una superficie di 4.478 m².
    • Giardini del Torso: sorgono accanto all’omonimo palazzo in via del Sale su una superficie di 1.261 m², sono stati usati in passato per le proiezioni del cinema all’aperto durante l’estate.
    • Giardino Ricasoli: si trova nei pressi di piazza Patriarcato con una superficie di 1.002 m², qui ha trovato posto il monumento equestre dedicato a Vittorio Emanuele II collocato in precedenza in piazza Libertà. È attraversato dalla roggia di Palma.
    • Giardino Giovanni Pascoli: sorge nella zona di via Carducci e via Dante su 992 m².
  • Aree verdi
    • Area verde Ilaria Alpi: parco attrezzato con campo da tennis, campo da basket e giochi per i bambini su 7.523 m² in via Melegnano.
    • Area verde Lord Baden Powell: adiacente al centro storico, attrezzato con giochi per bambini su 4.538 m².
    • Area verde Ambrosoli: sorge nei pressi del Liceo Classico su 5.633 m².
    • Area verde McBride: sorge nei pressi del Palamostre su 9.490 m².
    • Area verde Umberto Saba: sorge in via Joppi su 12.102 m².
    • Area verde Marchiol: sorge in zona Baldasseria su 9.700 m².
    • Area verde Salgari: sorge in via Del Bon su 9.000 m².
    • Area verde Marcello D’Olivo: sorge in viale Afro su 9.228 m².
    • Area verde Cesare Scoccimarro: sorge in zona San Gottardo su 10.860 m².
    • Area verde Giacomo Della Mea: sorge in zona viale dello Sport su 10.620 m².
    • Area verde Robin Hood: sorge in zona Paparotti su 5.500 m².

Altre aree verdi di minori dimensioni sorgono in ogni quartiere cittadino.[20]

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante negli anni novanta ci sia stato un progressivo spopolamento del comune di Udine a favore dei comuni del circondario, l’andamento demografico nell’ultimo decennio è comunque positivo grazie all’immigrazione di cittadini stranieri. L’andamento demografico di Udine e del circondario nel suo complesso è quindi in crescita costante. Nel febbraio 2012 Udine ha di nuovo superato i 100.000 abitanti, per poi tornare ai 99.180 del 2019.

Abitanti censiti[21]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Dei 4 capoluoghi di provincia della regione Friuli-Venezia Giulia, al 31 dicembre 2019 Udine ha la seconda più alta percentuale di residenti stranieri: 13.880 presenze ovvero il 14,0% della popolazione totale, superiore alla media regionale del 9,2%.[22][23]

  1. Romania, 2642 (19,0%)
  2. Albania, 1677 (12,1%)
  3. Ucraina, 1187 (8,6%)
  4. Ghana, 761 (5,5%)
  5. Serbia, 628 (4,5%)
  6. Cina, 574 (4,1%)
  7. Nigeria, 560 (4,0%)
  8. Kosovo, 511 (3,7%)
  9. Filippine, 443 (3,2%)
  10. Marocco, 433 (3,1%)

Lingue e dialetti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua friulana e Dialetto veneto udinese.

A Udine, accanto alla lingua italiana, la popolazione utilizza la lingua friulana. Ai sensi della Deliberazione n. 2680 del 3 agosto 2001 della Giunta della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, la città è inserita nell’ambito territoriale di tutela della lingua friulana ai fini della applicazione della legge 482/99, della legge regionale 15/96 e della legge regionale 29/2007[24].
La lingua friulana che si parla a Udine rientra fra le varianti appartenenti al friulano centrale[25].
In centro città è presente inoltre un dialetto veneto, l’udinese, tutelato dalla L.R. nr. 5 del 17 febbraio 2010[26][27], eredità dei tempi della dominazione della città da parte della Repubblica di Venezia. Inizialmente diffuso tra le classi agiate e borghesi della città e utilizzato come simbolo dell’alto stato sociale, una volta estintasi la dominazione della Serenissima, l’udinese ha vissuto una fase d’espansione nell’Ottocento e si è diffuso anche a livello popolare grazie alla sua affinità con la lingua italiana. Le testimonianze letterarie del dialetto udinese sono ridotte al minimo, ma va sicuramente ricordato lo scrittore e giornalista udinese Renzo Valente che scrisse una serie di articoli autobiografici sulla vita della città rappresentando (con fine sensibilità e una sottile vena d’umorismo) il modo di parlare e di vivere della borghesia udinese.

Curiosità: il saluto friulano “Mandi” è stato utilizzato dal comico e cabarettista Marco Milano per dare il nome al suo personaggio “Mandi Mandi”, un originale giornalista friulano che si collegava da Udine durante la trasmissione Mai dire Gol[28].

Istituzioni, enti e associazioni[modifica | modifica wikitesto]

A Udine hanno sede la Provincia presso il palazzo Antonini-Belgrado in piazza Patriarcato, alcuni uffici e dipartimenti della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia ospitati presso il nuovo palazzo della Regione in via Sabbadini. La città è sede del comando Brigata alpina “Julia”.

  • Le strutture ospedaliere della città sono:
    • Azienda Ospedaliero-Universitaria “Santa Maria della Misericordia”, dotato di circa 1400 posti letto
    • Istituto di medicina fisica e riabilitazione “Gervasutta”, dotato di circa 100 posti letto
    • Casa di cura Città di Udine, ospedale privato convenzionato con il sistema sanitario regionale
  • Hanno sede a Udine diversi enti, istituzioni e associazioni di vario tipo, tra cui:
    • Società Filologica Friulana[29], principale istituto regionale per lo studio, la valorizzazione e la promozione della lingua e della cultura friulana, riconosciuta dalla Regione autonoma e dal Ministero per i Beni culturali, fondata a Gorizia nel 1919;
    • Associazione Culturale Udine Sipario[30], è un’associazione no profit costituitasi nel 1996 che si occupa dell’organizzazione di numerose e importanti attività culturali cittadine e ha dato costante sostegno alle istituzioni teatrali esistenti sul territorio.
    • Associazione Vicino-Lontano, è un’associazione culturale costituitasi nel 2004, organizza ogni anno il “Premio letterario internazionale Tiziano Terzani“.
    • Centro Internazionale per le Scienze Meccaniche, con sede in piazza Garibaldi presso Palazzo Mangilli-Del Torso, fu istituito nel 1968.
    • Deputazione di Storia Patria per il Friuli, con sede in via Manin, fu istituita nel 1918 al fine di «…raccogliere e pubblicare, per mezzo della stampa, studi, storie, cronache, statuti e documenti diplomatici ed altre carte che siano particolarmente importanti per la storia civile, militare, giuridica, economica ed artistica del Friuli».[31]
    • Ente Friuli nel Mondo, con sede in via del Sale, fu fondato nel 1953 per assistere i friulani all’estero e per coordinare le attività dei Fogolârs Furlans. Esso pubblica un mensile, Friuli nel mondo, che supera le 25.000 copie distribuite in 78 stati. Le attività dell’Ente sono informative, di collegamento e di mantenimento dell’identità friulana soprattutto tra le nuove generazioni.
    • Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, con sede in viale Ungheria, fu istituito nel 1970.

Qualità della vita[modifica | modifica wikitesto]

Udine con la sua provincia si attesta in buone posizioni nelle classifiche sulla qualità della vita stilate dai due maggiori quotidiani economici e da Legambiente.

Anno Qualità della Vita
(Sole 24 Ore)
Qualità della Vita
(Italia Oggi)
[32]
Rapporto
Ecosistema Urbano
(Legambiente)
[33]
2004 11°[34] 17°
2005 16° (- 5)[34] 22° 18°
2006 13° (+ 3)[35] 56° 11°
2007 10° (+ 3)[36] 24° 20°
2008 17° (- 7)[37] 27° 22°
2009 17° (=)[38] 46° 33°
2010 15° (+2)[39] 11° (+35)[40] 30° (+3)[41]
2011 18° (-3)[42] 13° (-2)[43]  (+22)[44]
2012 16° (+2)[45] 13° (+0)[46]  (-1)[47]
2013 29° (-13)[48] ND° (–) 13° (-4)[49]
2014 21° (+8)[50] 14° (-1) 18° (-5)[51]
2015 18° (+3)[52] 17° (-3) 16° (+2)[53]
2016  (=)[54]  (+10) 29° (-13)[55]
2017 10° (-1)[56] 10° (-3) 12° (+17)[57]
2018 24° (-14)
2019 16° (+8)

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Biblioteche[modifica | modifica wikitesto]

La sede della sezione moderna della Biblioteca civica “Vincenzo Joppi”

  • Biblioteca civica Vincenzo Joppi
  • Biblioteche dell’Arcidiocesi di Udine:
    • Arcivescovile, è una biblioteca di tipo storico-conservativo e possiede circa 11.000 volumi
    • Bartoliniana, conta oltre 10.000 volumi
    • del Seminario, biblioteca pubblica specializzata in opere storiche e teologiche, possiede circa 90.000 volumi
  • Biblioteca d’arte dei civici musei, ospita oltre 35.000 volumi, attivata agli inizi degli anni sessanta solo dal 1987 è aperta al pubblico nella sede del Castello di Udine, non effettua prestiti ma solo la consultazione.
  • Biblioteca del Museo friulano di storia naturale, possiede circa 38.000 volumi
  • Biblioteca dell’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, possiede 35.000 volumi
  • Biblioteca della Società filologica friulana “G. I. Ascoli”, ospitata nella sede di Palazzo Mantica in via Manin, sono conservati circa 20.000 volumi divisi nelle sezioni: generale, ladino dolomitico, romancio, catalano, Venezia Giulia, lingua e cultura friulana. La biblioteca svolge sia il servizio di consultazione che di prestito.

La sede del liceo classico Jacopo Stellini in piazza I Maggio con all’orizzonte le Alpi Giulie

Il liceo artistico Sello, sull’altro lato della piazza

  • Biblioteca del liceo classico Jacopo Stellini
  • Biblioteche dell’Università degli Studi di Udine, sono attive le seguenti biblioteche:
    • Scienze
    • Economia e Giurisprudenza
    • Medicina
    • Area Cotonificio
    • Studi umanistici
    • Centro per la formazione e la didattica
  • Mediateca “Mario Quargnolo”, aperta al pubblico nel 2009 è ospitata presso la struttura del cinema multisala Visionario gestita dal Centro Espressioni Cinematografiche, possiede attualmente 2.500 volumi e circa 3.000 DVD.

Scuole[modifica | modifica wikitesto]

Sono presenti in città 21 scuole primarie suddivise in quattro circoli scolastici, 8 scuole secondarie, 11 istituti d’istruzione superiore tra i quali il Liceo Classico Jacopo Stellini, dal 1981 inoltre vi è la possibilità di frequentare il Conservatorio statale di Musica Jacopo Tomadini. L’ISIS Arturo Malignani di Udine è tra le prime scuole in Italia che forniscono un’eccellente preparazione nel campo dell’aerotecnica, l’ex comandante delle Frecce Tricolori Marco Lant ha frequentato questo istituto, da qui anche la notorietà della scuola. L’ISIS ha in dotazione strumentazioni donate dalle industrie per formare adeguatamente gli studenti, inoltre nell’hangar sono presenti velivoli tra cui il North American F-86 Sabre e l’Aermacchi MB-326, altri costruiti dagli stessi studenti. Nel Liceo Scientifico Giovanni Marinelli ha studiato il Premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. L’istituto tecnico (ex commerciale) Antonio Zanon,fondato nel 1866, ad opera del commissario regio Quintino Sella;Tra gli insegnanti ricordiamo Giovanni Marinelli, geografo che dalla cattedra dello Zanon passò all’insegnamento universitario, lo scrittore Carlo Sgorlon; tra gli allievi Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia, e lo scienziato Arturo Malignani.[58]. Alle suddette scuole pubbliche si affiancano alcuni istituti privati soprattutto nell’ambito delle scuole dell’infanzia.

Aermacchi MB-326 nell’hangar dell’ISIS A. Malignani

Università[modifica | modifica wikitesto]

Targa in friulano all’ingresso di Palazzo Florio, sede del Rettorato

L’Università degli studi di Udine è stata fondata nel 1978 nell’ambito degli interventi per la ricostruzione del Friuli in seguito al terremoto del 1976.

L’istituzione dell’università, in particolare delle facoltà di medicina e di magistero, era stata richiesta fin dagli anni cinquanta: il Comitato per l’università friulana, presieduto da Tarcisio Petracco, aveva raccolto 125.000 firme a favore della fondazione dell’ateneo.

Ha tra i suoi obiettivi, oltre alla ricerca e alla formazione, comuni a tutti gli atenei, anche quello di “contribuire al progresso civile, sociale ed economico del Friuli e di divenire organico strumento di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originari della cultura, della lingua, delle tradizioni e della storia del Friuli”[59].

L’università ha promosso la costituzione di diverse istituzioni:

I progetti d’impresa presentati dall’ateneo hanno inoltre vinto il “Premio nazionale dell’innovazione” nel 20032004 e 2006.

Nel 2004 ha visto la luce, su spinta dei docenti laureatisi alla Scuola normale superiore di Pisa, la Scuola superiore dell’università di Udine, l’istituto d’eccellenza dell’ateneo friulano.

Nel 2014 viene fondata l’Accademia di Belle Arti di Udine G.B. Tiepolo. L’Accademia offre vari corsi quali Arti Visive, Comunicazione Web, Design, corsi di Lingua Italiana e corsi di alta specializzazione in Tatuaggio Artistico.[63]

Musei[modifica | modifica wikitesto]

Museo Diocesano e Gallerie del Tiepolo. Affresco, particolare di una scena biblica, Giacobbe

Media[modifica | modifica wikitesto]

Stampa[modifica | modifica wikitesto]

Quotidiani:

Periodici:

  • Il Friuli;
  • La Vita Cattolica;
  • La bancarella.

Radio[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Redazioni di Udine:

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Questi sono gli enti e le associazioni teatrali e cinematografici principali della città (per quanto riguarda gli edifici si veda la sezione Monumenti e luoghi d’interesse/Teatri):

  • CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli-Venezia Giulia
  • Teatro Club Udine
  • Civica accademia d’arte drammatica Nico Pepe
  • Ente regionale teatrale del Friuli-Venezia Giulia
  • Associazione teatrale friulana
  • CEC – Centro Espressioni Cinematografiche (Cinema Visionario e Cinema Centrale)[65]

Il teatro Club di Udine organizza dal 1971 il Palio Teatrale Studentesco Città di Udine, che vede come attori da 40 anni gli studenti delle scuole superiori di Udine.

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Dal 2000 grazie all’opera della FVG film commission si sono realizzate diverse produzioni cinematografiche che hanno avuto come location la città, tra queste: La ragazza del lagoCome Dio comandaRiparo-Anis tra di noi di Marco Simon Puccioni.

Dal 1999 Udine è la sede del Far East Film Festival, un’importante rassegna cinematografica sul cinema del lontano Oriente.

Cucina udinese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cucina friulana.

Il piatto più caratteristico della cucina udinese, il frico con le patate, offerto in un’osteria

La cucina friulana è caratterizzata da piatti sostanziosi come la polenta, il frico, le minestre e i minestroni, i prodotti dalla macellazione del maiale, la brovada e il musetto, le frittate, soprattutto con le erbe del territorio, la selvaggina, generalmente accompagnati da vino bianco (taj di blanc) o rosso (taj di neri).

Recentemente[Quando? Fonti?] data la vicinanza e la facilità con cui si può raggiungere la Slovenia (mezz’ora da Udine) si sono introdotti nella cucina locale piatti della tradizione slava, in particolare il gulasch e i ćevapčići, accompagnati da polenta, e infine prodotti del territorio quali il prosciutto di San Daniele, la trota e gli asparagi. Relativa l’influenza della cucina goriziana (patate in tecia). Marginale, invece, l’influenza della cucina triestina su quella udinese, sopravvissuta quasi esclusivamente nell’offerta della jota e dei bolliti (cragno e porcina).

Importante la produzione di formaggi, in particolare del Montasio (detto in passato latteria), ingrediente principale del frico, e dei salumi, fra i quali il prosciutto di San Daniele, il salame, la soppressa, il lardo, la lingua, il prosciutto cotto nel pane. Il pane ha la caratteristica forma del doppio cornetto. I piatti della cucina udinese si trovano nelle sopravvissute osterie udinesi.

Gubana

Strucchi

Fra i dolci, tipici sono la gubana e gli strucchi, i crostoli durante il periodo del carnevale e le favette fra i Dolci dei morti.

I principali vini della produzione locale sono, fra i grandi bianchi friulani, il Friulano, il Pinot, il Picolit, il Ramandolo, il Verduzzo, la Ribolla, e fra i rossi, il Merlot, il Cabernet, il Refosco. Notevole anche l’offerta delle grappe.

La cucina udinese, oltre che nelle osterie e nelle trattorie della cinta cittadina, si può trovare nelle sagre. In Borgo Grazzano, è tipica la sagra delle rane (crots). Da diversi anni Friuli Doc è un’importante vetrina dedicata alla cucina locale. Alcune pietanze vengono preparate in occasione di ricorrenze particolari. È il caso della trippa, preparata in brodo o in umido (vigilia di Natale), l’aringa con la cipolla il mercoledì delle ceneri, il vin brulè il giorno dell’Epifania.

La polenta[modifica | modifica wikitesto]

(FUR)«Polente e so sûr» (IT)«Polenta e poi ancora polenta»
(detto popolare)

Un capitolo a parte merita la polenta, piatto principale della dieta delle famiglie più povere dei friulani e degli udinesi per almeno cento anni, dalla metà dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale.

L’inchiesta Jacini sulle condizioni di vita della popolazione agricola italiana (18811886) riconosce come la polenta di granturco al momento dell’unificazione fosse l’unico alimento accessibile per la maggior parte delle famiglie friulane contadine. La grande prevalenza dell’uso del granturco sugli altri alimenti originava dalla distruzione dei raccolti delle patate a causa del fungo peronospora intorno al 1850 e dell’infezione della fillossera per la vite, oltre che dalla generale crisi agraria. La dieta povera a base di polenta poteva causare la pellagra per avitaminosi. Preparata nella cjalderie (paiolo) di rame sul fogolâr (caminetto), la farina di granturco cotta nell’acqua faceva da colazione, pranzo e cena per le famiglie di contadini. La polenta, a differenza della pasta, non si presta a molte varianti nella cucina. Laddove la pasta può essere lessata e condita, ma anche riempita, oppure fatta al forno in forma di pasticcio, aggiunta alle minestre, e persino aggiunta alla frittata, la polenta è poco versatile, e può essere servita solo cotta nel paiolo o al massimo pasticciata, ovvero preparata a strati con ragù o funghi. Con il mutamento delle condizioni di vita della popolazione e l’accesso della donna nel mondo del lavoro è diventata una pietanza assai più limitata nel consumo per via dei tempi di cottura necessari che consistono in almeno 45 minuti. Sostituita dal pane e dalla pasta, è diventata soprattutto un accompagnamento per gli spezzatini, i gulasch e i piatti di selvaggina, in sostanza un piatto invernale e persino di festa, oppure viene servita a fette nelle sagre, sempre con diversi accompagnamenti.

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

  • Manifestazioni del ciclo Udine porta a Oriente:
    • Calendidonna (marzo), festival delle lettere, arti e scienze al femminile.
    • Far East Film Festival (aprile), dal 1997 Udine ospita una delle più importanti vetrine mondiali dedicate alla cinematografia asiatica. Organizzato dal Centro Espressioni Cinematografiche, si svolge ogni anno tra aprile e maggio al Teatro Nuovo Giovanni da Udine e nelle sale del cinema Visionario.
    • Vicino/Lontano – Premio Terzani (maggio), manifestazione culturale sul tema delle identità e delle differenze che si svolge dal 2005 dal giovedì alla domenica con dibattiti e conferenze tematiche che vedono la partecipazione di filosofi, scrittori, giornalisti e studiosi. Durante la manifestazione nella serata del sabato al Teatro Giovanni da Udine viene assegnato il Premio letterario internazionale intitolato al giornalista e scrittore Tiziano Terzani. Gli incontri, nelle prime edizioni si sono svolti presso la chiesa sconsacrata di San Francesco e all’ex mercato del pesce, nel 2008 si sono concentrati nella zona di piazza Libertà: nella sala Ajace della loggia e in un tendone appositamente allestito sullo sterrato della piazza.
  • Palio Teatrale Studentesco (aprile) è una rassegna teatrale che vede impegnati ogni anno da oltre 40 anni gli studenti delle scuole superiori di Udine.
  • Maratonina Città di Udine (settembre)
  • Festival internazionale di chitarra (giugno), si svolge nel salone del Parlamento al Castello
  • Free Cormor Rock (giugno), rassegna musicale e sportiva che si tiene presso il parco del Cormor
  • Udine Pedala (giugno), è una pedalata non competitiva che si tiene annualmente ed è aperta a tutti. La manifestazione è particolarmente famosa per essere entrata per ben due volte nel guinness dei primati con il record di partecipanti, la prima volta nel 1999 in cui alla partenza si presentarono 33.000 iscritti. L’anno successivo, nel 2000, presero parte alla gara 48.015 persone battendo così il precedente record.[66] Nel 2006 ha cambiato denominazione in UdinBike.
  • Udinestate (giugno-agosto)
  • Udin&Jazz (giugno), rassegna musicale giunta alla diciottesima edizione (2008) cui hanno preso parte artisti quali Archie SheppPat MethenyRobert FrippB.B. KingEqualityQuintorigoDionne Warwick.
  • Rally del Friuli e delle alpi orientali (agosto)
  • Friuli doc (settembre), è una rassegna enogastronomica che si tiene dal 1995 nelle principali piazze e vie del centro storico cittadino in cui vengono allestiti stand e punti di ristoro. La manifestazione si svolge nell’arco di quattro giorni, dal giovedì alla domenica ed ha come motto vini, vivande, vicende, vedute. L’edizione che ha sinora avuto più successo (2007) ha visto la presenza di oltre un milione e duecentomila visitatori.
  • Udine grazie alla presenza dello Stadio Friuli ospita spesso importanti manifestazioni musicali a livello nazionale ed internazionale, nell’estate 2009 si sono tenuti 3 importanti concerti che hanno visto la presenza di circa 120.000 spettatori[67].
  • HomePage Festival, festival musicale annuale
  • Bianco&Nero
  • Conoscenza in Festa

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Il comune ha un’estensione di 55,81 km² e ha un’altitudine di 113 m s.l.m..

  • Patto per il Sistema Urbano Udinese
    Il 30 gennaio 2009 è stato sottoscritto a Udine il patto per il Sistema Urbano Udinese[68] tra i Comuni di Udine, Campoformido, Martignacco, Tavagnacco, Pasian di Prato, Pradamano, Tricesimo, Pozzuolo del Friuli, Pavia di Udine, Remanzacco, Pagnacco e Povoletto, con l’obiettivo di promuovere la cooperazione a livello sovracomunale nell’ambito dei settori dell’ambiente, mobilità e pianificazione.

Località[modifica | modifica wikitesto]

Da quando esistono le circoscrizioni le località sono considerate come quartieri cittadini. Alcune di esse sono periferiche al centro storico, come Cussignacco, Laipacco, Paparotti, Paderno, altre sono appena fuori, come Chiavris, una zona circostante ad una rotatoria inserita in piena città, per la quale oramai il termine località è del tutto fuorviante. In generale sono ancora poche le località non conurbate alla città, e sono ancora di meno quelle che conservano una definita identità di paese. Tra queste possiamo ricordare Beivars, Godia, che si trova a circa 6 km a nord-est dal centro cittadino, e San Bernardo che è situata anch’essa nell’estrema periferia nord-orientale del comune udinese e lambisce i confini dei comuni di Reana del Rojale e Povoletto.

I principali quartieri:

  • Baldasseria, Beivârs, Casali Sartori, Chiavris, Cormôr, Cussignacco, Gervasutta, Godia, Laipacco, Molin Nuovo, Paderno, Paparotti, Rizzi, San Bernardo, San Domenico, San Gottardo, Sant’Osvaldo, San Paolo, San Rocco, Sant’Ulderico, Vât, Villaggio del Sole.

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica wikitesto]

Udine è amministrativamente suddivisa in sette circoscrizioni che comprendono quartieri cittadini. Fino al 2008 erano dotate di propri organi amministrativi ad elezione diretta, con l’entrata in vigore della nuova legge finanziaria questi organi rappresentativi sono stati soppressi e sostituiti da un consigliere comunale che funge da rappresentante circoscrizionale.

Circoscrizioni del Comune di Udine
Circoscr. Denominazione Zone km² Nr. abitanti[69] Nr. stranieri Strutture comunali
1 Udine centro centro storico 2,98 19.437 3.019 1 biblioteca
2 RizziSan DomenicoCormorSan Rocco nord-ovest e ovest: v.le Venezia-S. Rocco, Cormor, centro studi, S. Domenico, Villaggio del Sole, Rizzi-Università-Stadio 10,23 21.169 2.507 2 biblioteche, 1 ambulatorio, 1 centro di aggregazione
3 LaipaccoSan Gottardo estS. Gottardo, Riccardo Di Giusto-via Cividale, via del Bon-Laipacco 9,88 14.637 1.673 1 biblioteca, 1 ambulatorio, 1 consultorio, 1 centro di aggregazione
4 Udine sud sud: stazione FS, Viale Palmanova-Baldasseria, Gervasutta-Partidor 6,18 9.454 1.349 1 biblioteca, 1 ambulatorio, 1 consultorio
5 Cussignacco Cussignacco-Paparotti 7,58 5.446 693 1 biblioteca, 1 ambulatorio
6 San PaoloSant’Osvaldo sud-ovest: S. Osvaldo-via Pozzuolo-via Lumignacco 4,23 5.527 747 1 biblioteca, 1 ambulatorio, 1 consultorio
7 ChiavrisPaderno nord: ospedale, Chiavris, Paderno, v.le Vat, Parco Nord-Molin Nuovo, Godia, Beivars 15,70 23.401 2.168 1 biblioteca, 1 ambulatorio

Suddivisioni storiche[modifica | modifica wikitesto]

A Udine sono presenti 7 borghi storici rientranti nell’area delimitata dalle antiche mura medievali oggi facenti parte del centro storico e quindi della 1 circoscrizione, inoltre si aggiungono alcune contrade storiche al di fuori delle mura come il quartiere di Cussignacco. Attraverso il comitato dei borghi storici vengono organizzate feste e manifestazioni culturali in ogni borgo cittadino. I borghi sono:

  • Borgo Aquileia
  • Borgo Gemona
  • Borgo Grazzano
  • Borgo Poscolle
  • Borgo Pracchiuso
  • Borgo San Lazzaro
  • Borgo Villalta

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Udine è al primo posto tra i quattro comuni capoluogo della regione per reddito imponibile medio ai fini Irpef (dati 2010).[70][71] Le attività economiche peculiari del capoluogo friulano sono legate principalmente alla sua funzione amministrativa e culturale essendo sede di Provincia, Regione, ospedali, banche, scuole, università e vari enti e associazioni. Di grande importanza anche il ruolo del commercio che ha sempre caratterizzato Udine come città emporiale punto di riferimento per tutto il Friuli, di contro è andata via via perdendo il ruolo di città industriale, sono stati infatti chiusi i grandi stabilimenti soprattutto nel settore siderurgico ed alimentare, ad essi si sono sostituiti piccoli e medi insediamenti che hanno trovato spazi adeguati nella cosiddetta ZIU ovvero la Zona Industriale Udinese, presente a sud della città.

Industria[modifica | modifica wikitesto]

All’industria pesante oggi in fase di generale declino, si è sostituito con successo il modello dell’azienda manifatturiera medio-piccola, a struttura generalmente familiare, derivante dall’esperienza dell’artigianato. Le industrie siderurgiche, un tempo presenti nel capoluogo friulano (acciaierie BertoliSAFAU) si sono trasferite nell’hinterland udinese (ABS di Cargnacco) oppure lontano dal capoluogo (come Pittini di Osoppo). Hanno cessato la loro attività anche importanti stabilimenti dell’industria alimentare come la Birra Moretti e la sede di imbottigliamento della Coca-Cola.

Servizi[modifica | modifica wikitesto]

I grandi stabilimenti industriali sono stati sostituiti da una fitta rete di distribuzione commerciale di dimensioni medio-grandi concentrata specialmente a nord della città, sulla cosiddetta Tresemane o strada degli acquisti. Il settore terziario, soprattutto nell’hinterland udinese, ha raggiunto un grande peso economico e rappresenta circa 2/3 dell’occupazione totale. Sono presenti numerosi insediamenti della grande distribuzione organizzata e specializzata, nel territorio comunale sorgono 2 parchi commerciali e 3 ipermercati, nei vicini comuni dell’hinterland, esistono invece 5 centri commerciali (Martignacco, Pradamano, Tavagnacco, Cassacco e Basiliano) e 7 ipermercati. Sono presenti inoltre 2 grandi complessi cinematografici, i cosiddetti multiplex, rispettivamente con 2.500 posti in 12 sale e 2.122 posti in 11 sale. Nel centro cittadino opera un circuito di 5 sale ospitate in due cinema multisala con un totale di 722 posti.

Di una certa importanza anche il quartiere fieristico di UdineFiere[72], sorto nell’area che ospitava l’ottocentesco Cotonificio Udinese presso Torreano nel confinante comune di Martignacco. Il complesso occupa una superficie di 240.000 m² ed è dotato di 9 padiglioni che con le aree esterne offrono un’area espositiva di 31.000 m². Vi si svolgono una decina di eventi annuali tra cui il salone internazionale della sedia e la fiera Casa moderna[73]. Nel 2006 in seguito alla fusione con la fiera di Gorizia si è costituita la Udine e Gorizia Fiere spa, nel complesso il polo fieristico conta su circa 500.000 visitatori annui.

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Strade[modifica | modifica wikitesto]

Essendo Udine una città situata in prossimità dei confini con Austria e Slovenia è interessata dal passaggio di strade internazionali. Fra le principali si ricordano:

La città è dotata di due tangenziali:

Ferrovie[modifica | modifica wikitesto]

La stazione di Udine è la più importante stazione della regione Friuli-Venezia Giulia per numero annuale di passeggeri ed è capolinea di cinque linee ferroviarie:

Esistevano in precedenza progetti di collegamento con Majano di cui rimangono tuttora delle tracce come il viadotto che passa sopra il Cormor nei pressi di Pagnacco, un viadotto in rovina che doveva passare sopra viale Vat e il terrapieno che segue il percorso dalla periferia di Udine fino a Pagnacco. Altro progetto era la ferrovia Udine-Portogruaro il cui tratto comincia a Lestizza e termina nei pressi di Teglio Veneto; l’intero percorso ora è utilizzato come strada provinciale denominata SP 95.

Nel piazzale antistante la stazione ferroviaria è presente la fermata del bus ÖBB Intercity per Villaco e Klagenfurt.

Dall’8 giugno 2008, nel territorio comunale è presente una fermata ferroviaria situata nella zona orientale lungo la Udine – Cividale, la quale è denominata San Gottardo ed è a servizio dell’omonima frazione.

La città è dotata anche di altri impianti ferroviari, non aperti al servizio viaggiatori: il Posto di Movimento Vat, situato alla diramazione tra la ferrovia Pontebbana e la linea di cintura di Udine, e Udine Parco, sulla ferrovia Udine-Trieste.

Mobilità urbana[modifica | modifica wikitesto]

Il mezzo di trasporto più utilizzato è l’automobile, con una media di 64 auto private ogni 100 abitanti.[74].

Il traffico urbano, specie negli ultimi anni, è molto consistente, spesso critico nelle zone del centro come via Poscolle, via del Gelso, via Zanon o nei dintorni come viale Leonardo da Vinci, viale Cadore, piazzale Osoppo (la zona più inquinata dalle polveri sottili), viale della Vittoria, viale Palmanova e via Martignacco[senza fonte]. Nonostante questo, Udine è una tra le poche città capoluogo italiane a non aver superato nel 2012 la soglia limite di polveri sottili in un anno previste dal decreto legislativo 155/2010 (35 giorni/anno con concentrazioni superiori a 50 µg/m3)[75].

Il principale mezzo pubblico è l’autobus, che risulta essere molto utilizzato[senza fonte]. La Società Autoservizi Friuli-Venezia Giulia (SAF) gestisce il trasporto urbano. Sono attive 11 linee urbane, più altre linee speciali istituite nel periodo scolastico. Secondo lo studio divulgato da un’associazione ambientalista, nel 2012 Udine risultava la città italiana con il minor impatto ambientale dei mezzi pubblici[74].

Fra il 1887 e il 1952 a Udine era attiva una rete tranviaria, elettrificata nel 1908, a scartamento metrico; un tratto di essa era comune alle tranvie Udine-San Daniele e Udine-Tarcento, che avevano quale principale terminal urbano la scomparsa stazione di Udine Porta Gemona.

Aeroporti[modifica | modifica wikitesto]

La città è raggiungibile con l’aereo dall’aeroporto del Friuli-Venezia Giulia detto anche aeroporto di Trieste-Ronchi dei Legionari, altro aeroporto è l’aeroporto di Udine-Campoformido che è aperto al solo traffico turistico e sportivo. A pochi chilometri da Udine è presente anche l’aeroporto militare di Rivolto sede delle Frecce Tricolori.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sindaci di Udine.

Consolati[modifica | modifica wikitesto]

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Fonte: Comune di Udine – ufficio gemellaggi

Città amiche[modifica | modifica wikitesto]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Squadre minori udinesi – quartiere – campionato 2013-14[Sono tutte enciclopediche? Fonti? ]

Nel femminile la Libertas Sporting Club Udine gioca in serie A-2 da 9 stagioni.

  • Rugby: l’Udine RFC milita in serie A (realmente A-2 essendo presente un campionato superiore chiamato Super-10)
  • Pallavolo: sia la squadra maschile che quella femminile disputano il campionato di B-1
  • Football americano: in A-2 ci sono i Draghi Udine
  • Pallamano: in serie A, dalla stagione 2008-09, milita la squadra femminile di pallamano del CUS Udine, l’Atomat, in serie B militava la squadra maschile di pallamano della Pallamano Malignani. La Campoformido Pallamano con 3 squadre; due femminili Under 16 e 18 e una squadra maschile di amatori.
  • Tennis Club Udinese.
  • Scuderia Friuli scuderia automobilistica del ACI Udine[76]
  • Scherma ASU: Associazione Sportiva Udinese, nata nel 1875 come Società di Ginnastica e Scherma. La sezione scherma ha contribuito a formare numerosi atleti, maestri e commissari tecnici di fama internazionale, come Dorina VaccaroniMargherita Granbassi e Andrea Magro. La squadra di calcio dell’ASU vinse nel 1896 il Primo campionato Nazionale del gioco del calcio, mai riconosciuto in quanto la Federazione Italiana Football venne creata solo nel 1898.[77]
  • Scherma storica: Sala d’Arme Achille Marozzo
  • Atletica leggera: Atletica Malignani Libertas Udine

Eventi sportivi[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 giugno 1983 la città vede l’arrivo della tappa finale del 66º Giro d’Italia, vinto da Giuseppe Saronni. Nel mese di giugno del 1990 Udine ospita 3 incontri del Girone E dei mondiali di calcio di Italia ’90.

Impianti sportivi[modifica | modifica wikitesto]

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Primavera

Primavera

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Primavera (disambigua).

Un campo fiorito durante la stagione primaverile.

La primavera è una delle quattro stagioni in cui si divide l’anno, segue l’inverno e precede l’estate.[1]

Durata[modifica | modifica wikitesto]

Le posizioni del Sole e della Terra nel corso delle stagioni.

Nell’emisfero boreale la stagione ha inizio attorno al 21 marzo, in coincidenza dell’equinozio.[2][3] Il termine indicativo è invece fissato al 21 giugno, prima che si verifichi il solstizio estivo.[2][3] Per quanto riguarda l’emisfero australe la primavera occupa il periodo dal 23 settembre al 21 dicembre, ovvero in corrispondenza dell’autunno boreale.[4] In senso meteorologico la stagione va dal 1º marzo al 31 maggio nella metà superiore del globo, e dal 1º settembre al 30 novembre nell’altro emisfero.[4]

Dal punto di vista dell’astrologia la primavera si caratterizza per l’ingresso del Sole nel segno zodiacale dell’Ariete, per il transito in quello del Toro e per l’uscita da quello dei Gemelli.[5]

La stagione[modifica | modifica wikitesto]

Un paesaggio in occasione dell’equinozio primaverile.

In occasione dell’equinozio, si registra una parità nelle ore diurne e notturne.[6] Successivamente le giornate acquisiscono progressiva lunghezza, fino a toccare il punto massimo sul finire della stagione.[6]

Elemento che contraddistingue la primavera è la rinascita della natura, col rifiorimento di piante e campi.[7]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

«Rompendo il sole tra i nuvoli bianchi a l’azzurro
sorride e chiama — O primavera, vieni! —»
(Giosuè CarducciOdi Barbare, Libro II, Vere novo)

L’immaginario collettivo riconduce alla primavera la stagione della rinascita, dopo un letargo metaforicamente rappresentato dall’inverno.[8] Secondo ricerche e studi condotti in America, nascere in tale stagione conferirebbe un maggior benessere psicologico.[9] L’astrologia occidentale associa alla stagione i segni di ArieteToro e Gemelli.[10]

Tra i quattro elementi classici la primavera corrisponde all’aria,[11] tra le età della vita all’infanzia e all’adolescenza,[12] tra i punti cardinali all’Est,[13] fra i temperamenti umorali al sanguigno,[14] tra le parti della giornata al mattino,[15] tra le fasi dell’opera alchemica all’albedo.[16]

In Italia le principali festività della stagione sono:

Durante la primavera cade anche il pesce d’aprile, celebrato il primo giorno di tale mese[21].

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine viene dal latino «vēr»,[22] cognato del termine sanscrito «vas», cioè «splendere».[23]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (ENSpring, su britannica.com. URL consultato l’11 novembre 2018.
  2. ^ Salta a:a b Inverno addio, oggi l’equinozio di primavera, su repubblica.it, 20 marzo 2017.
  3. ^ Salta a:a b Equinozio di primavera è oggi 20 marzo (e non domani): alle 22.58 finisce l’inverno, su repubblica.it, 20 marzo 2019.
  4. ^ Salta a:a b (ENWhen do the seasons start and end?, su surfertoday.com.
  5. ^ Piergiorgio Odifreddi, L’EGEMONIA ZODIACALE, in la Repubblica, 2 ottobre 2010, pp. 45-47.
  6. ^ Salta a:a b Tiziana De Giorgio, Equinozio, 20 marzo 2012, p. 13.
  7. ^ Maria Maccari, Profumi: c’è aria di primavera, su d.repubblica.it, 21 febbraio 2017.
  8. ^ Marina Cavallieri, Il risveglio di primavera, in la Repubblica, 26 marzo 2004, p. 35.
  9. ^ Elena Dusi, Così la scienza adesso ci dice il mese migliore per nascere, in la Repubblica, 9 luglio 2013, p. 47.
  10. ^ Giovanni Luvini, Nozioni di meccanica, astronomia e chimica, pp. 167-168, Stamperia dell’Unione tipografico-editrice, 1876.
  11. ^ Le basi della medicina umorale, su accademiajr.it.
  12. ^ I quattro temperamenti, su luiginamarchese.wordpress.com.
  13. ^ Massimo Corradi, I quattro elementi: Aria, Acqua, Terra e Fuoco, pag. 90, Genova, Edizioni di Storia, Scienza e Tecnica, 2008.
  14. ^ Paolo Castrogiovanni, Stagionalità in psichiatria, § 22, pag. 1213, Firenze, SEE Editrice, 1999.
  15. ^ Christoph Wulf, Andrea Borsari, Le idee dell’antropologia, pag. 19, Pearson Italia, 2007.
  16. ^ Fiammetta Ricci, Il corpo nell’immaginario: simboliche politiche e del sacro, pag. 85, Edizioni Nuova Cultura, 2012.
  17. ^ Salta a:a b (ENStepping out on Easter Sunday, su nytimes.com, 19 aprile 2019.
  18. ^ Agnese Ananasso e Umberto Rosso, 25 aprile, Mattarella: “È sempre tempo di Resistenza. Un filo lega Liberazione e referendum del ’46”, su repubblica.it, 25 aprile 2017.
  19. ^ (EN) Eric Chase, The brief origins of May Day, su iww.org.
  20. ^ (EN) Igor Wolfgango Schiaroli, 2 June, the Feast of the Italian Republic, su romecentral.com, 2 giugno 2017.
  21. ^ Da dove arriva il “pesce d’aprile”, su ilpost.it, 1º aprile 2017.
  22. ^ Primavera in Dizionario di Latino
  23. ^ Etimologia di Primavera, su etimoitaliano.it.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Storia romana

Storia romana

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«Il carattere della Roma antica è tutto in un inevitabile equivoco […] Non ci sono incertezze né ambiguità se diciamo «storia di Parigi», o di Londra, o di qualunque altra città del mondo. Ma se diciamo «storia di Roma», non sappiamo bene di quale storia esattamente si tratti: se della città intesa in senso stretto, o anche di quella parte cospicua della superficie e della popolazione terrestre che per molti secoli fu sottoposta al suo dominio»
(Andrea GiardinaRoma antica, 2000[1])

La storia romana, o storia di Roma antica, espone le vicende storiche che videro protagonista la città di Roma, dalle origini dell’Urbe (nel 753 a.C.) fino alla costruzione ed alla caduta dell’Impero romano d’Occidente (nel 476, anno in cui si colloca convenzionalmente l’inizio dell’epoca medievale.

Fondazione di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fondazione di Roma e Roma quadrata.

Anno di fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la leggenda, la fondazione di Roma a metà dell’VIII secolo a.C. si deve ai fratelli Romolo e Remo, nonostante il prevalere del primo sul secondo. La data ufficiale, 21 aprile del 753 a.C., venne stabilita da Marco Terenzio Varrone calcolando a ritroso i periodi di regno dei re capitolini (35 anni circa per ogni re[2]). Altre fonti in realtà riportano date diverse: Quinto Ennio nei suoi Annales colloca la fondazione nell’875 a.C., lo storico greco Timeo di Tauromenio nell’814 a.C. (contemporaneamente, quindi, alla fondazione di Cartagine), Fabio Pittore all’anno 748 a.C. e Lucio Cincio Alimento nel 729 a.C.[3] La datazione di Varrone – quella tradizionalmente celebrata – è considerata sia troppo alta (in relazione alla prima unificazione degli abitati, avvenuta presumibilmente nella metà dell’VIII secolo) sia troppo tarda (i primi insediamenti risalgono al II millennio a.C.).

Testimonianze archeologiche[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista archeologico nella zona del Latium si sono osservate alcune tracce di pastorizia (suiniovini, meno i bovini) e di modesta agricoltura (soprattutto farrospelta ed orzo, per quanto fosse permesso dall’area paludosa). Con le prime operazioni di bonifica intorno all’età del Ferro (IXVIII secolo a.C.) si sviluppano anche le prime coltivazioni di frumentovite ed olivo. Si hanno alcune tombe ad incinerazione, sostituite poi nel IX secolo dalle prime sepolture; alcune tombe arcaiche mostrano poche offerte, segno di una società omogenea, ed alcuni oggetti preziosi dal secolo successivo.

Ma la vera e propria città si venne formando attraverso un fenomeno di sinecismo durato vari secoli e culminato appunto alla metà dell’VIII secolo a.C. In analogia a quanto accadeva in tutta l’Italia centrale, le origini della città si devono ad una progressiva riunione in un vero e proprio centro urbano dei villaggi sorti sui tradizionali sette colli: si trattava di insediamenti dell’antica popolazione dei Latini, di stirpe indoeuropea (gruppo latino-falisco), già presenti dal X secolo, cui si aggiunsero genti sabine (pure di stirpe indoeuropea e appartenenti al gruppo osco-umbro), provenienti dalle montagne dell’alto Lazio, e nuclei di mercanti ed artigiani etruschi[4].

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

«[…] Ma se l’Italia era la regione media dell’ecumeneRoma sorgeva nella regione media dell’Italia. La mens divina aveva voluto che Roma fosse il centro del centro.»
(Andrea Giardina, Roma antica, 2000[5])

La località presentava ampie zone pianeggianti presso il Tevere, che tuttavia erano in parte occupate da paludi e stagni. Le colline che si affacciavano sul fiume erano inoltre ricche di acque e controllavano il guado del fiume presso l’isola Tiberina, al punto di intersezione di due importanti direttrici commerciali. La prima direttrice commerciale andava dalla costa alle zone interne della Sabina lungo la valle del Tevere, ed era utilizzata per l’approvvigionamento del sale indispensabile per le economie agricolopastorali: corrisponde alla via Salaria di epoca storica. La seconda era rappresentata dall’itinerario che andava dall’Etruria alla Campania, su cui transitavano altre due preziose merci: il ferro e gli schiavi. Inoltre, il Tevere stesso era una via commerciale, utilizzata per il trasporto del legname proveniente dall’alta valle tiberina. Alla base della futura espansione di Roma, quindi, c’è anche la sua posizione strategica che già in età arcaica la rendeva un importante emporio commerciale.[6]

Età regia o monarchica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Età regia di Roma.

I primi quattro re[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Prima monarchia di Roma.

I primi re di Roma sono generalmente considerati come figure prettamente mitologiche, poiché la datazione proposta da Varrone – che considera un totale di 244 anni per i sette monarchi – è molto probabilmente troppo breve. La tradizione attribuisce ad ogni sovrano un particolare contributo nella nascita e nello sviluppo delle istituzioni romane e dello sviluppo socio-politico dell’Urbe. Il primo re e fondatore fu Romolo, che avrebbe dotato la città delle prime istituzioni politiche, militari e giuridiche.[7] Morì in modo misterioso e si disse che fu accolto tra gli dèi col nome di Quirino.[8]

Numa Pompilio, il secondo re, che regnò dal 716 al 673 a.C., è un nome tipicamente italico, di origine osco-umbra. La leggenda lo vuole creatore delle principali istituzioni religiose, tra cui i collegi sacerdotali delle vestali, dei flàmini, dei pontefici, e degli àuguri; istituì anche la carica di pontefice massimo (pontifex maximus), nonché la suddivisione dell’anno in dieci mesi e la precisa regolamentazione di tutte le feste e le celebrazioni, precisando i giorni fasti e nefasti.

Il terzo re, Tullo Ostilio, succeduto subito al precedente, sedette al trono fino al 641, sconfiggendo i Sabini e conquistando Alba Longa, con una iniziale espansione territoriale nel Lazio. Da un punto di vista storico si tratta di un fatto possibile, poiché alla metà del VII secolo a.C. si è osservato un abbandono dei villaggi limitrofi. Al re venne attribuita anche la prima pavimentazione del Foro.

Il successore Anco Marzio – dal 640 al 617 a.C. – ne proseguì l’opera fondando la prima delle colonie, ossia Ostia (traducibile in latino come foci);[9] la costruzione della nuova città era dovuta probabilmente alla necessità di controllare la zona meridionale del Tevere.

I re etruschi[modifica | modifica wikitesto]

Plastico della Roma dei Tarquini presso il museo della Civiltà Romana all’EUR

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Tarquini.

L’esistenza storica in particolare degli ultimi tre re pare essere accertata, sebbene sia possibile che i due Tarquini siano una duplicazione di uno stesso personaggio. Sotto questi sovrani, la città entrò nell’orbita etrusca ed ebbe una straordinaria fioritura oltre che una forte espansione territoriale.[10] Tarquinio Prisco, regnante dal 616 per una generazione, effettuò diversi lavori pubblici, come il drenaggio delle zone pianeggianti attraverso la Cloaca Massima. Istituì anche un esercito guidato da tre ufficiali, i tribuni militari (tribuni militum), a capo di 3.000 fanti e 300 cavalieri. Viene organizzato anche il sistema elettorale attraverso le curie (dal latino per co-viria, intendendo una riunione di uomini).

Il sesto re, Servio Tullio, riorganizzò l’esercito nella nuova falange oplitica, con una divisione dei cittadini in classi secondo il censo (comizi centuriati),[11] e in tribù secondo la residenza (comizi tributi); le tribù erano divise in quattro urbane (Suburbana, Palatina, Esquilina, Collina) e 17 rurali (poi divenute 31 dal V secolo a.C.). Servio Tullio effettuò anche un primo censimento e la tradizione lo vuole costruttore del tempio di Diana sull’Aventino. Venne introdotto anche l’aes signatum, ossia pani di bronzo contrassegnati.

L’ultimo re, Tarquinio il Superbo, venne cacciato nel 509 a.C., secondo la tradizione a causa dei suoi atteggiamenti arroganti e del disprezzo verso i suoi concittadini e verso le istituzioni romane:[12] si tratta probabilmente delle conseguenze del decadere della potenza etrusca, della quale Roma approfittò per conquistarsi una maggiore autonomia.[13]

Età repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica romana.

Il conflitto tra patrizi e plebei e la conquista della penisola italica[modifica | modifica wikitesto]

Lucio Giunio Bruto è uno dei fondatori della Repubblica romana nel 509 a.C.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Repubblica romana (509-264 a.C.) e Conflitto degli ordini.

I rapporti internazionali di Roma, testimoniati dal primo trattato con Cartagine del 508 a.C., furono bloccati temporaneamente per le tensioni e le guerre con i popoli confinanti quali gli Etruschi guidati da Porsenna,[14] i Latini (che furono sconfitti dai Romani nel 496 a.C. presso il lago Regillo), e varie popolazioni unite come ErniciEquiVolsci e Sabini, che i romani sconfissero nel 431 a.C. sul monte Algido.

Inoltre, proprio in questo periodo cominciò il conflitto degli ordini, conflitto politico-sociale tra il ceto dei patrizi e quello dei plebei, che erano privi dei diritti politici e civili dei patrizi e mal sopportavano i privilegi economici degli aristocratici. Dopo una serie di secessioni, la plebe ottenne i suoi rappresentanti politici (tribuni) e l’accesso definitivo a tutte le magistrature (metà del IV secolo a.C.).

Nel frattempo, dopo la guerra contro Veio (per il controllo della valle del Tevere),[15] Roma venne saccheggiata e danneggiata nel 390 a.C. da un incendio appiccato dai Galli guidati dal re Brenno, che con successo avevano già invaso parte dell’Etruria.[16] L’intensità di quella vergogna verrà superata solo dal sacco di Roma nel 410 d.C. Superato lo choc del sacco ad opera dei celti di Brenno, i Romani avviarono una vigorosa espansione nell’Italia centromeridionale, favorita anche dalla necessità di trovare nuove terre da distribuire alla plebe romana e a una città sovrappopolata.[17] Dapprima i Romani si scontrarono con le tribù dei Sanniti (343295 a.C.) e poi contro i Tarantini aiutati da Pirro (re dell’Epiro), che vennero sconfitti nel 275 a.C. a Maleventum (che da quel momento fu ribattezzato Beneventum). Nel 270 a.C., con la vittoria sui Bruzi che detenevano fino a quel momento il controllo di molte città della Magna Grecia della Calabria centrosettentrionale, anche le poleis greche vennero annesse al territorio romano. Roma si ritrovò così a controllare un territorio che andava dallo Stretto di Messina a sud al fiume Rubicone, presso Rimini, a nord.

L’espansione nel Mediterraneo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Repubblica romana (264-146 a.C.).

Le guerre contro le diverse popolazioni italiche, contro i Galli, i Cartaginesi e i Macedoni, porteranno a consolidare il dominio sull’Italia e a iniziare l’espansione in Spagna, in Macedonia e in Africa. Data simbolo di questa espansione nel Mediterraneo è il 146 a.C., anno in cui, dopo un assedio durato tre anni e altrettante guerre combattute nell’arco di più di un secolo contro Roma, cadde definitivamente Cartagine, la quale venne completamente rasa al suolo e cosparsa di sale dalle truppe romane comandate da Publio Cornelio Scipione Emiliano. Anche Corinto, città simbolo della resistenza greca alla politica di espansione romana, venne conquistata e distrutta. Con queste due grandi vittorie, Roma abbandonò il ruolo di potenza regionale nel Mediterraneo Occidentale per assurgere a superpotenza incontrastata di tutto il bacino,[18] il quale d’ora in poi, non a caso, verrà rinominato mare nostrum.

I problemi connessi ad una espansione così grande e repentina[19] che la Repubblica dovette affrontare furono enormi e di vario genere: le istituzioni romane erano fino ad allora concepite per amministrare un piccolo Stato; adesso le province (paragonabili alle colonie degli stati moderni, da non confondere con le colonie romane propriamente dette, le quali erano stanziamenti di cittadini romani a pieno titolo, cives optimo iure in territori extracittadini soggetti all’amministrazione e organizzazione diretta dello Stato romano) si stendevano dall’Iberia, all’Africa, alla Grecia, all’Asia Minore.

Il contatto con la cultura ellenistica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Repubblica romana (146-31 a.C.).

Anche la struttura originale della famiglia, delle relazioni sociali e della cultura romana subirono profondi sconvolgimenti: il contatto con la civiltà greca e l’arrivo nella città di moltissimi schiavi ellenici (in molti casi più colti e istruiti dei loro stessi padroni) generò nel popolo romano, specialmente tra la classe dirigente, sentimenti e passioni ambivalenti: i Romani si divisero tra chi voleva conservare e chi invece desiderava innovare i costumi rurali romani – mos maiorum -, introducendo usanze e conoscenze provenienti dall’Oriente. L’accettazione della cultura ellenistica fece sì effettivamente che il livello culturale dei Romani, almeno dei patrizi, crescesse significativamente – basti pensare all’introduzione della filosofia, della retorica, della letteratura e della scienza greca. Tutto ciò naturalmente non accadde senza provocare una strenua opposizione e resistenza da parte degli ambienti più conservatori, reazionari e anche retrivi della comunità romana.

Costoro si scagliarono contro le culture extra-romane, tacciate di corruzione dei costumi, di indecenza, di immoralità, di sacrilegio nei confronti delle abitudini religiose romane. Questi due opposti schieramenti furono ben rappresentati da due gruppi di potere di eguale importanza, ma di radicalmente opposta visione: il circolo culturale degli Scipioni, che diede a Roma alcuni tra i più dotati comandanti militari della storia (l’Africano su tutti), e il circolo di Catone, il quale lottò accanitamente contro l’ellenizzazione del modo di vivere romano con una tenacia e un vigore che diventarono leggendarie (o famigerate a seconda dei punti di vista), tutto a favore del ripristino del più antico, genuino ed originale mos maiorum, quell’insieme di costumi e usanze tipiche della Roma arcaica che, secondo Catone, avevano permesso al popolo romano di rimanere unito di fronte alle avversità, di sconfiggere ogni sorta di nemico, di piegare il mondo al proprio volere.

Questo scontro tra nuovo e antico, come è facile immaginare, non si placò fino alla fine della repubblica, anzi possiamo dire che questo scontro tra “conservatorismo” e “progressismo” è stato presente in tutta la storia romana, anche nel periodo imperiale, a testimonianza di quale trauma deve essere stato la scoperta, il contatto e il confronto con civiltà al di fuori dei brulli paesaggi laziali.

Gaio Mario, un homo novus e generale che riformò drasticamente l’esercito romano

La crisi della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre civili (storia romana).

La crisi della piccola proprietà terriera[modifica | modifica wikitesto]

Le continue guerre in patria e all’estero, inoltre, immisero sul “mercato” una quantità enorme di schiavi, i quali vennero usualmente impiegati nelle aziende agricole dei patrizi romani, con ripercussioni tremende nel tessuto sociale romano. Infatti la piccola proprietà terriera andò rapidamente in crisi a causa della maggior competitività dei latifondi schiavistici (che ovviamente producevano praticamente a costo zero).[20] L’impoverimento della classe dei piccoli proprietari provocò da una parte la concentrazione dei terreni coltivabili in poche mani[21] e una grande quantità di merci a buon mercato,[22] dall’altra generò la nascita del cosiddetto sottoproletariato urbano: tutte quelle famiglie costrette a lasciare le campagne si rifugiarono a Roma, dove non avevano un lavoro, una casa e di che sfamarsi, dando origine a pericolose tensioni sociali (tentativi di riforme democratiche da parte dei fratelli Gracchi) abilmente sfruttate dai politici più scaltri.[23]

Strumento delle nuove conquiste, ma anche delle violente guerre civili, fu la nuova, formidabile organizzazione dell’esercito progressivamente sviluppatasi, poi sancita dai provvedimenti di Gaio Mario intorno al 107 a.C..[24] A differenza di quello precedente, formato da cittadini-contadini ansiosi di tornare ai propri campi una volta finite le campagne belliche, questo era un esercito stanziale e permanente di volontari arruolati con ferma quasi ventennale, ovvero un esercito di professionisti attratti non solo dal salario, ma anche dal miraggio del bottino e dalla promessa di una terra alla fine del servizio. I proletari ed i nullatenenti vi si arruolarono in massa. Non era tanto un esercito di cittadini motivati dal senso del dovere, ma piuttosto di militari legati dallo spirito di corpo e dalla fedeltà al capo.[25]

Nel I secolo a.C. la Repubblica cominciò a cedere: si affermarono, infatti, forti poteri personali dei personaggi politici più influenti che, facendosi interpreti dei bisogni delle masse meno favorite (fazione dei populares) o della necessità di mantenere il controllo nelle mani delle principali e più ricche gentes che controllavano il Senato (fazione degli optimates), porteranno a diverse guerre civili: Mario contro SillaCesare contro PompeoOttaviano contro Marco Antonio.

Nonostante le fortissime tensioni politiche interne, arriveranno comunque altre conquiste: la Numidia grazie alla campagna di Mario contro Giugurta; la Bitinia, il Ponto, l’isola di Creta, la Cilicia e la Siria con le campagne militari di Pompeo contro i pirati e Mitridate VI del Ponto; la Gallia con le legioni guidate da Giulio Cesare.

La Repubblica dovette affrontare anche un grande tentativo di invasione da parte di tribù germaniche (guerre cimbriche), gravi rivolte di schiavi in Sicilia e nel Sud Italia (guerre servili e, soprattutto, la guerra sociale (90-88 a.C.) contro una coalizione di Italici, che si concluse con la vittoria romana, ma nello stesso tempo con la concessione della cittadinanza romana a tutti i popoli della penisola italica.

Età imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Impero Romano.

L’impero romano raggiunse la sua massima estensione nel 117

«Anche se spietati in guerra, nella sottomissione delle nazioni vinte e nella repressione delle rivolte, non c’è stato dominio nella storia che abbia saputo legare a se stesso tanta parte della cultura e della classe dirigente dei sudditi: con il consenso, e non solo con la violenza»
(Giorgio RuffoloQuando l’Italia era una superpotenza2004[26])

La tesi secondo cui il dominio di Roma ormai si estendesse su un territorio troppo vasto e fosse troppo complicato per le strutture della Repubblica gestirlo,[27] provocando così la nascita del Principato, è ancora valida.[28] Le ragioni dell’ascesa di un modello di governo centrale su base sempre più spiccatamente personale si devono ricercare, tuttavia, anche nel declino del governo senatoriale della Repubblica Romana, il cui primo atto va riallacciato alla figura emblematica di Scipione Emiliano. La diffusione di un sempre più marcato senso individualistico a Roma ha sicuramente traccia nella diffusione di effigi monetali ritraenti non più solo il più rappresentativo degli antenati del magistrato in carica, ma spesso il magistrato medesimo. Questo processo si manifestò in concomitanza con la penetrazione dei valori della civiltà ellenistica, favorita indubbiamente dalla conquista romana delle pòleis elleniche sulle coste della Magna Grecia (Italia meridionale) e della Sicilia, e sospinta dalla conquista romana della Macedonia, della Grecia e di gran parte del mondo ellenistico, ad eccezione dell’Egitto dominato dalla dinastia Tolemaica (l’Egitto venne comunque sottoposto a un sempre più pressante protettorato).

Il ricorso sempre più assiduo al mandato della dittatura iniziato con Gaio Mario, stravolse poi la portata costituzionale della magistratura dittatoriale, prevista dall’ordinamento repubblicano, fino all’esito della dittatura sillana, intesa come mandato a restaurare lo Stato romano in senso conservatore-oligarchico (a favore degli optimates) e non pervenuta ad un esito monarchico per l’esclusiva volontà di Silla. La dittatura cesariana (4644 a.C.) riprese in pieno il modello sillano, seppur partendo da un campo politico opposto (quello dei populares, gli oligarchi più propensi ad usare la demagogia sul popolino, il vulgus, per assumere il potere) e formalizzò il rifiuto di un esito monarchico naturale adducendo la ragione del rifiuto culturale della Romanità per l’istituto monarchico ufficiale.

Alto Impero (31 a.C. – 284 d.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Il centro di Roma al tempo dell’Impero Romano

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Alto Impero romano.

L’ascesa di Augusto (44-30) attraverso la partecipazione ad un istituto apertamente sovversivo come il “secondo” Triumvirato, si formalizzò nel 27 a.C. nella rinuncia ai poteri dittatoriali ormai estesissimi in cambio di un cooptato riconoscimento senatoriale di un “bisogno dello Stato romano” ad una figura di guida e di ispirazione politica del governo: con l’appellativo di Augusto, Ottaviano inaugurò così quel particolare istituto costituzionale romano noto come principato (da princeps senatus, presidente del Senato), erroneamente talvolta chiamato “impero” per l’appellativo di imperator assunto da Augusto, dimenticando che tale termine nella Repubblica non designava altro che il generale vittorioso e che la creazione di un’amministrazione decentrata attraverso la creazione di provinciae risaliva già al 237 a.C., con la conquista della Sicilia.

L’abilità di Augusto, in sostanza, risiede nel fatto che seppe imporre un governo personale, dotato di poteri amplissimi (imperium proconsolare maius et infinitum, cioè un comando superiore a quello dei proconsoli su tutte le province e gli eserciti; tribunicia potestas, ovvero l’inviolabilità, il diritto di veto e la facoltà di proporre e fare approvare le leggi; carica di pontifex maximus, che poneva sotto il diretto controllo anche la religione), camuffandolo da Repubblica restaurata, tramite la rinuncia formale alle cariche eccezionali tipiche della dittatura (rinuncia al consolato a vita, alla dittatura, ai titoli di re o di signore-dominus), non urtando così la suscettibilità della classe aristocratica, che aveva accettato il compromesso della cessione del potere politico e militare in cambio della garanzia dei propri privilegi sociali ed economici.

Per tutto il primo secolo continuò l’accrescimento territoriale dell’Impero (nuove province: ReziaNoricoPannoniaMesiaGalaziaEgittoCappadociaBritannia) sotto le dinastie dei Giulio-Claudii, e dei Flavi. Sotto Traiano, con la conquista della Dacia e di nuovi territori in Oriente, l’Impero raggiunge la sua massima estensione (117 d.C.). Sotto la dinastia degli Antonini si ebbe un periodo di pace e prosperità, sebbene verso la fine cominciò ad essere sempre più pressante il compito di difendere i confini dell’impero dalla pressione dei nemici esterni.

La crisi del principato, avviatasi già alla morte di Marco Aurelio, si concretizzò nell’ascesa di Settimio Severo (193211) e nella riforma dell’istituto del principato, ormai estraneo alle dinamiche dell’ambito senatoriale e dominato da quelle dell’esercito. La monarchia militare severiana (193-235), seppure ripescò talvolta la necessità di una legittimazione senatoria, fu il preludio dell’avvento del dominato (285641), dopo la fase assai dinamica dell’anarchia militare (235-285). Dopo la dinastia dei Severi, per tutto il III secolo saranno infatti le legioni a proclamare imperatori che spesso regneranno solo per brevi periodi e saranno perennemente impegnati in campagne militari di difesa dei confini dalle penetrazioni barbariche e di mantenimento del proprio potere dai rivali interni. La crisi economica fu anche crisi ideale e si diffuse il Cristianesimo, in parte combattuto ed in parte tollerato.

Tardo Impero (284-476 d.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Tardo Impero romano.

Con la Tetrarchia voluta da Diocleziano cominciò la divisione dell’Impero e vennero avviate profonde riforme nel tentativo di fissare lo status quo. Roma finì per perdere il suo ruolo di sede imperiale a favore di metropoli più vicine alle frontiere da difendere. Inoltre, in Oriente venne fondata da Costantino I sul sito della città di Bisanzio la “Nuova Roma”, Costantinopoli.

La progressiva adozione della religione cristiana (che di converso si istituzionalizzò a contatto con lo Stato romano, assumendone tratti organizzativi e alcuni modelli iconografici) avviata da Costantino (306337), si concluse, dopo periodi di oscillazione tra scelte protoereticali (Costanzo II,337-361) e tentativi di restaurazione dei culti tradizionali, mediante l’organizzazione di un’istituzione ecclesiale parallela a quella civile (Giuliano, 361-363), con l’adozione ufficiale del culto cristiano (Teodosio I379395). Nel successivo IV secolo il cristianesimo divenne progressivamente l’unica religione.

Nel IV secolo, l’Impero romano, piegato da una inarrestabile crisi politica ed economica ed incapace di respingerne le invasioni, fu costretto ad accettare sempre più frequentemente lo stanziamento di popoli germanici (“barbari”) nei suoi territori.

Fine dell’Impero romano d’Occidente[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Tarda antichitàImpero romano d’Occidente e Impero romano d’Oriente.

Nel V secolo l’impero d’Oriente e quello d’Occidente erano ormai stabilmente divisi. Nell’Impero d’Occidente, ridotto ormai quasi alla sola Italia, Roma subì il sacco dei Visigoti di Alarico I nel 410 e quello dei Vandali di Genserico nel 455. Erano ormai i generali di origine germanica che difendevano l’Impero a esercitare un enorme potere, arrivando a creare e deporre imperatori a loro piacimento.

Nel 476 il re barbaro Odoacre depose l’imperatore Romolo Augusto e Costantinopoli lo riconobbe come rappresentante imperiale in Italia di Giulio Nepote, l’imperatore precedente che dalla Dalmazia ancora governava, almeno formalmente, sulla parte occidentale dell’impero. Odoacre coniò monete a nome di Giulio Nepote fino alla morte dell’imperatore nel 480, quando annesse la Dalmazia, segnando definitivamente la fine dell’Impero romano d’Occidente.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giardina, 2000, introduzione.
  2. ^ Rendina, 2007, 19.
  3. ^ De Bernardis-Sorci, 2006 I, 7.
  4. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 10.
  5. ^ Giardina, 2000, XXXI; cfr. VitruvioDe architectura, 6,1,10 e Tito LivioAb urbe condita, 5,54.
  6. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 9.
  7. ^ Cantarella-Guidorizzi, 2002 I, 212.
  8. ^ Cantarella-Guidorizzi, 2002 I, 210.
  9. ^ Cantarella-Guidorizzi, 2002 I, 213.
  10. ^ Francesco De Martino ha accuratamente calcolato che all’inizio del VI secolo a.C. Romaoccupava un territorio di 150 chilometri quadrati con 10.000 abitanti; alla fine della monarchia etrusca, cento anni più tardi, il suo territorio si estendeva invece su 820 chilometri quadrati, con una popolazione di 50.000 abitanti: Roma era diventata, quindi, non solo una delle più grandi città italiche (la potente Siracusa in quel periodo contava circa 40.000 abitanti), ma una rispettabile potenza mediterranea (Francesco De Martino,Storia economica di Roma antica, La Nuova Italia, 1980).
  11. ^ Allo Stato romano mantenere la legione oplitica, in fondo, costava poco: erano gli stessi cittadini-soldati a finanziarla, a proprie spese, fino alla conquista della penisola (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 46).
  12. ^ Secondo alcuni studiosi, combinando diversi dati storici ed archeologici, si può ragionevolmente concludere che Tarquinio il Superbo fu cacciato non da una rivolta popolare, ma da un altro re etrusco, Porsenna, re di Chiusi, che si impadronì di Roma, prima di essere sconfitto da una coalizione latino-cumana nella battaglia di Aricia (sulla battaglia e le sue conseguenze vd. in particolare Giulio Giannelli, La data e le conseguenze della battaglia di Aricia, in Ricerche Barbagallo, vol. I pp. 391 ss., Napoli 1970). Secondo altri storici, invece, il dominio che il patriziato sembra avere esercitato sulla prima Repubblica induce a pensare che la fine della monarchia sia da attribuire a una violenta rivolta (confermata anche dall’odio feroce che l’aristocrazia romana dimostrò nei confronti dell’istituto monarchico in tutto il corso dell’età repubblicana) del patriziato romano contro un regime che aveva accentuato notevolmente i suoi caratteri autocratici (Geraci e Marcone, Storia Romana, Le Monnier, 2004)
  13. ^ Secondo Giorgio Ruffolo, la fine della monarchia etrusca e l’instaurazione dell’oligarchia chiusa di proprietari terrieri (regime repubblicano dei “patrizi”) segnò da un lato l’emarginazione politica dei ceti commerciali ed artigiani (i “plebei”), che erano stati favoriti dai re etruschi, dall’altro una catastrofe politica ed economica: le terre conquistate sotto i Tarquini vennero perdute sotto gli attacchi concentrici di Latini, Equi e Volsci dal sud ed Etruschi dal nord, mentre l’economia tornò alle forme modeste di un’economia agricola povera (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004).
  14. ^ Cantarella-Guidorizzi, 2002 I, 225.
  15. ^ Cantarella-Guidorizzi, 2002 I, 230.
  16. ^ Cantarella-Guidorizzi, 2002 I, 231.
  17. ^ Giorgio Ruffolo fa un’interessante considerazione sulle differenze fra la deduzione di colonie romana e la colonizzazione greca e fenicia. Quest’ultima era di tipo “diffusivo”, ovvero Greci e Fenici fondavano colonie di là dal mare che presto si distaccavano politicamente dalla madre patria. La colonizzazione romana era invece di tipo “cumulativo”, ovvero si trattava di una progressiva espansione terrestre di Roma stessa, che presidiava e consolidava con i suoi cittadini-soldati i territori appena conquistati (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 16-17).
  18. ^ Giorgio Ruffolo afferma che Roma è diventata un impero da città-stato qual era, saltando la dimensione che oggi diremmo “nazionale”. Nel II secolo a.C. si assiste, infatti, alla nascita della Repubblica imperiale. Nell’antichità le forme dello Stato erano sostanzialmente due: la città-stato e l’Impero. Per Ruffolo, Roma è la sola che le abbia percorse entrambe (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. VII).
  19. ^ Giorgio Ruffolo ha individuato essenzialmente due ragioni per spiegare la rapida espansione di Roma: la spinta demografica, ma anche la forza propulsiva della costituzione politico-militare romana. Roma è una città basata sostanzialmente sulla guerra, in cui la struttura militare coincide con quella politica. La conquista di terre consente di contemperare gli interessi dell’aristocrazia (classe senatoriale) con quelli della plebe (il popolo romano). In questa espansione si crea una solidarietà patriottica che non aveva riscontro in nessuna altra città. Ma la grandezza di Roma fu il risultato non solo della sua potenza militare, ma soprattutto della sua abilità nel tenere insieme ed integrare politicamente le varie parti di un Impero così velocemente conquistato. Il dominio politico romano fu il più capace tra quelli dell’antichità di suscitare consensi e gettare radici, lasciando segni nel paesaggio, nella lingua, nella cultura, nel diritto delle nazioni (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 19-20).
  20. ^ Il ceto dei piccoli proprietari terrieri era in difficoltà a causa, infatti, da una parte del “prelievo” dovuto alle continue guerre, dall’altra della pressione dei grandi proprietari, che estendevano i loro domini attraverso l’evizione dei coloni debitori o l’acquisto dei loro fondi (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 18).
  21. ^ Per Giorgio Ruffolo si assiste proprio in questo periodo alla prima divisione economica in Italia: la piccola proprietà agricola (economia essenzialmente di autoconsumo) venne confinata nelle zone interne e nel nord della penisola, mentre nel sud e in Sicilia prevalsero i latifondi (coltivazione estensiva e pascolo) lasciati gestire dai padroni ad affittuari poveri o schiavi (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 24).
  22. ^ La fusione degli antichi strati del patriziato con i nuovi ceti di ricchi plebei affermatisi grazie allo sfruttamento dei traffici commerciali fa nascere una nuova nobiltà, la cosiddetta nobilitas: una élite dominante aperta, a differenza di quella antica e isolazionista dei patrizi, perché accessibile attraverso le carriere politiche elettive (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 17).
  23. ^ Il II secolo a.C. è il secolo dei Gracchi e delle rivendicazioni democratiche. I Gracchi cercarono, senza successo, di unire contro la nobilitas i nuovi proletari confluiti nell’urbe, i soci italici emarginati politicamente dalle conquiste e il nuovo ceto degli equites. Alla fine sarà la “democrazia militare”, invece che quella “rurale”, ad assumere il ruolo di antagonista dell’aristocrazia (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 18).
  24. ^ Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario. Gli eserciti nel mondo classico, Il Mulino, 2008.
  25. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 49
  26. ^ Ruffolo, 2004, p. 53.
  27. ^ Da una popolazione di 10 milioni su 150.000 chilometri quadrati alla fine delle guerre puniche, il dominio romano passò all’inizio del I secolo d.C. a una popolazione di 55 milioni su una superficie di 3,3 milioni di chilometri quadrati (Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 22)
  28. ^ Come è quasi unanimemente sottolineato non solo dalla storiografia ma anche dal pensiero politico di età moderna, l’ultimo secolo dell’età repubblicana (133-31 a.C.) aveva mostrato che il sistema di governo guidato dall’oligarchia senatoria era inadeguato, e ciò per la sproporzione sempre maggiore fra la crescente estensione dell’Impero, che richiedeva pronte decisioni e interventi tempestivi, e gli organi dello Stato repubblicano, lenti e macchinosi. Inoltre, lo Stato era così lacerato da interminabili conflitti interni tra le classi e tra i capi militari, che ormai si sentiva il bisogno di una pacificazione generale, che potesse ridare stabilità e legalità. L’idea di un princeps o primo cittadino al di sopra delle parti, capace col suo prestigio di guidare la vita pubblica senza modificare le istituzioni, era ormai sentita come una necessità. Persino l’oligarchia senatoria, spaventata dalle violenze popolari e dalla ferocia delle guerre civili, sembrava ormai disposta a spartire il potere politico e militare con un “protettore” che sapesse garantire insieme il buon governo ed i privilegi e le ricchezze dell’aristocrazia (su questo aspetto vd. in particolare Ettore Lepore, Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda repubblica, Napoli 1954).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cantarella Eva, Giulio Guidorizzi, La cultura della storia – volume 1 – Dalle origini dell’umanità al secolo II d.C., 10ª ed., Milano, Einaudi scuola, 2002, ISBN 88-286-0386-0.
  • Filippo Cassola, Storia di Roma. Dalle origini a Cesare, Roma, Jouvence, 2001.
  • De Bernardis Gaetano, Andrea Sorci, SPQR – volume 1 – Dalle origini alla crisi della Repubblica, Palermo, Palumbo Editore, 2006, ISBN 978-88-8020-607-1.
  • Francesco De Martino, Storia economica di Roma antica, La Nuova Italia, 1980.
  • Andrea Giardina, Roma Antica, Roma-Bari, Editori Laterza, 2000, ISBN 978-88-420-7658-2.
  • Andrea Giardina, L’uomo romano, Roma-Bari, Editori Laterza, 2003.
  • Ettore Lepore, Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda repubblica, Napoli 1954.
  • Santo Mazzarino, L’Impero romano, I-II, Roma-Bari, Editori Laterza, 1984.
  • Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, Torino, UTET, 2011.
  • Theodor MommsenStoria di Roma, (Germania) 1900
  • Mario PoliaImperivm: origine e funzione del potere regale nella Roma arcaica, Edizioni Il Cerchio, 2002.
  • Claudio Rendina, Roma ieri, oggi e domani. Volume primo – Roma antica, Roma, Newton Compton Editori, 2007, ISBN 978-88-541-1025-0.
  • Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004.

Discografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Synaulia, La musica dell’antica Roma, Vol. I – Gli strumenti a fiato – Amiata Records Arnr 1396, Firenze, 1996
  • Synaulia, La musica dell’antica Roma, Vol. II – Gli strumenti a corda – Amiata Records, Arnr 0302, Roma, 2003

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Una risorgiva, o fontanile, è una sorgente di acqua dolce di origine naturale, talvolta fatta emergere dall’uomo, tipica dei terreni di piana alluvionale, come gran parte delle pianure italiane, tra cui la pianura padano-veneta o la fascia pedemontana etnea. L’uso del termine risorgiva è corretto quando l’affioramento è spontaneo, mentre si dovrebbe usare il termine fontanile quando l’affioramento è di origine antropica. La sovrapposizione dei due termini deriva dal fatto che spesso i fontanili venivano scavati in aree già interessate da risorgive. I fontanili o risorgive sono caratterizzati da flora e fauna tipiche.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fontanile a Castel Goffredo (MN), in Pianura Padana

Zona dei fontanili a Castel Goffredo (MN), in Pianura Padana

Le risorgive hanno da sempre catturato l’attenzione dell’uomo e, sebbene non esistano molte documentazioni specifiche sul loro uso massiccio, non si può escludere che esse abbiano avuto un ruolo fondamentale per l’approvvigionamento idrico di piccole comunità rurali.

L’archeologia ha dimostrato come molte risorgive costituivano un rischio per lo sviluppo urbano antico e non sono infrequenti in antico le condutture realizzate per far defluire l’acqua e nel contempo renderla utile per la vita della comunità.

Le risorgive talora erano considerate dei beni preziosi dalle prime civiltà, che attorno ad esse realizzavano i nuclei principali dei loro abitati. In epoca Greca è noto l’uso dell’acqua aretusea, a Siracusa, una sorgente di acque dolci le cui origini non erano ben chiare ai Greci stessi. La sua presenza al centro dell’isola ben difendibile di Ortigia garantì sicurezza alla città anche di fronte a lunghissimi assedi.

Le risorgive situate presso Santa Maria di Licodia furono incanalate in epoca romana all’interno di una grande struttura rettangolare che costituiva il serbatoio del grandioso acquedotto romano di Catania. Questo monumentale complesso idrico, una volta dismesso, venne frazionato e sfruttato per l’irrigazione. Ancora fino agli anni 1950 qualche contadino lo chiamava la saja do’ sarracinu (saia del saraceno). Le risorgive finirono per alimentare la fontana del cherubino e il vicino lavatoio pubblico. Sempre in età romana è evidente all’interno del teatro romano di Catania la presenza di una condotta atta a deviare il flusso delle risorgive del colle Montevergine affinché non ne allagassero l’orchestra. Tuttavia, non essendo più in funzione l’antico canale, oggi questa è costantemente allagata.

Tra le favare di Santa Domenica, ad Adrano, quella dei Greci è probabilmente la più antica di cui è attestato l’uso, per via delle incisioni parietali che riportano i nomi degli uomini che vi si dissetarono in età probabilmente bizantina.

Durante l’occupazione islamica della Sicilia si diffonde un tipo di agricoltura intensiva che fa largo uso di qualsiasi tipo di acqua, originata da qualsiasi tipo di sorgente, ivi compresi rudimentali, ma efficaci fontanili.

L’uso massiccio di una risorgiva è considerato quale rurale e, sebbene l’archeologia testimoni diversamente, la storiografia antica non cita mai specificamente l’utilizzo di fontanili e risorgive per scopi agricoli, infatti, il primo documento disponibile che riporta con certezza il termine fontanile risale al 1386, ed è costituito da un atto notarile proveniente dalla zona di Segrate e oggigiorno conservato nell’archivio dell’Ospedale Maggiore di Milano.

Agli inizi del XVII secolo le risorgive della Timpa della Leucatia vennero condotte sul grandioso acquedotto benedettino dei frati del monastero di San Nicolò l’Arena, affinché si provvedesse al bisogno idrico del convento e dal 1649 anche della città. La condotta alimentava anche diversi mulini, prima di giungere nella grande cisterna cui era destinata l’acqua. Verso la fine del XVIII secolo il principe Ignazio Paternò Castello fece realizzare la grande condotta sul fiume Simeto, alimentata dalle risorgive delle favare, la quale giovava ad una delle maggiori risaie di Sicilia. Per cavare l’acqua si fece ricorso a diversi fontanili.

Si presume che i fontanili padani abbiano avuto origine solo nei primi secoli del II millennio, nell’ambito dei più ampi lavori di bonifica idraulica della pianura. In questi secoli furono effettuati i primi scavi per incanalare ed irregimentare le acque di profondità. Nelle aree più antropizzate i fontanili vanno rapidamente scomparendo: nel 1975 i fontanili attivi nella provincia di Milano erano almeno 430, con una portata media giornaliera complessiva di circa 28 m3/s, mentre nel 1995 ne erano rimasti solo 186 attivi.

Recuperi importanti di fontanile sono stati fatti in zona di Ozzero, località Cascina Selva con il recupero della testa e lo spurgo dell’asta di tre fontanili, riqualificando un ambiente naturale, già bello di suo, per la presenza di antiche marcite. Della flora arbustiva fa parte anche il biancospino, e altri arbusti.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Una delle quindici risorgive alla base del Monte San Paolillo, Catania.

Fontanile di Bareggio, in provincia di Milano

Fontanile Maccherone in provincia di Cremona

Le acque piovane e fluviali che, trovando terreno molto permeabile, penetrano in profondità nel sottosuolo, formando una falda freatica, possono tornare in superficie in corrispondenza di terreni impermeabili. L’acqua che fuoriesce da fontanili e risorgive presenta una temperatura costante compresa fra i 9 – 10 °C in inverno e i 12 – 15 °C in estate.

L’acqua riemerge in quella che viene definita “testa” del fontanile e poi si distribuisce nella cosiddetta “asta”, dove può essere prelevata per l’irrigazione dei campi ed in particolare per le marcite, grazie alla temperatura costante che ne consente l’utilizzo durante tutto l’anno.

Nell’hinterland catanese e nella stessa Catania (come ad esempio all’interno del Teatro romano) la formazione delle risorgive è dovuta alla presenza di strati impermeabili (in prevalenza argille) pressati da strati permeabili (roccia lavica). L’origine delle acque può essere pluviale o a seguito dello scioglimento delle nevi dell’Etna.

Analogamente nel territorio di Adrano, presso le forre, diverse risorgive alimentano piccoli affluenti del Simeto dette in siciliano favare[1]. Qui sono le lave del Mongibello Antico che, pressando le argille e le marne a ridosso delle lave dei centri alcalinici basali, fanno fuoriuscire le acque di falda, probabilmente da riserve sotterranee.

Un caso anomalo è certamente costituito dalle acque della fonte Aretusa, oggi in luogo ben diverso da quello originario. La situazione del sottosuolo, in prevalenza costituito da rocce calcaree, è stato fortemente alterato dall’uomo e oggi la risorgiva segue percorsi non del tutto chiari.

Nella Pianura Padano-Veneta i livelli permeabili sono formati dalle ghiaie delle mega-conoidi alluvionali dell’alta pianura, mentre quelli impermeabili sono costituiti dai depositi di esondazione formati da limo ed argilla della bassa pianura.

Ad esempio a Montorio Veronese, dove l’acqua piovana della Lessinia filtrata attraverso le rocce permeabili che la caratterizzano riaffiora, a contatto con strati impermeabili di tipo argilloso, sono presenti ben sette risorgive, che generano due laghetti e diversi fossi, dando al paese le caratteristiche di una piccola Venezia.

Nella zona a nord di Castel Goffredo i fontanili sono probabilmente alimentati anche per effetto dell’infiltrazione delle acque del Garda attraverso i rilievi morenici.

Nella pianura friulana, il fenomeno delle risorgive si manifesta in una fascia continua di territorio che va da Polcenigo a Monfalcone con un’inclinazione nord-ovest sud-est, chiamata “linea delle risorgive”.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si è presunta l’origine del termine favara dall’arabo fa’wah, testa d’acqua, sorgente.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Torrente

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l’allenatore di calcio ed ex-calciatore italiano, vedi Vincenzo Torrente.

Il torrente Cervaro presso Montaguto, tra i boschi dei monti della Daunia, durante la stagione secca

Un torrente, in idrografia, è un corso d’acqua caratterizzato da un regime estremamente variabile in termini di deflusso[1].

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

Un torrente, secondo la definizione da Ardito Desio, è un:

«corso d’acqua permanente o temporaneo, dotato di alta velocità media, di regime variabile e caratterizzato da forti piene e da estreme magre. Il torrente è un organismo idrologico di carattere giovanile che provoca nel suo alveo profonde e continue trasformazioni morfologiche.»
(Geologia applicata all’ingegneria, Ardito Desio, ed.Hoepli1973, pagina 225)

Per quanto riguarda invece i singoli corsi d’acqua si può osservare che a livello toponomastico e cartografico la distinzione tra fiumi e torrenti non si basa su criteri oggettivi (quali ad esempio portata, lunghezza, ampiezza del bacino …) quanto piuttosto deriva da fattori storici o culturali. Corsi d’acqua lunghi, con portate notevoli e relativamente poco variabili nel tempo vengono infatti chiamati torrenti in zone ricche di acque mentre in aree più aride spesso vengono chiamati fiumi corsi d’acqua dall’andamento idrologico altrettanto irregolare. Anche a livello normativo molti ordinamenti non sanciscono una distinzione netta tra fiumi e torrenti.[2][3] Ad esempio l’Orco, che scende sul versante padano delle Alpi Occidentali, è considerato un torrente pur avendo anche d’estate una portata più che significativa, mentre l’Entella, che dall’Appennino Ligure scende direttamente al mare, pur scomparendo quasi del tutto nella stagione calda è cartografato come fiume.

L’idronimo generico torrente è di derivazione latina, traendo origine dal verbo torrēre (dalla stessa radice di “torrido”), il cui significato fondamentale era disseccarearroventareardere, ma avente anche il senso di essere implacabileviolentoimpetuoso.[1]

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Conoide di deiezione al termine della Halltal (Mils bei HallTirolo).

In generale i torrenti si originano a monte in un bacino a forma di imbuto che termina in un canale di scolo dove si incanalano le acque meteoriche ed i materiali alluvionali. Spesso il greto del torrente è fatto di rocce e sassi erosi dall’acqua sul fondo o da essa trasportati.

Dopo un percorso a monte caratterizzato in genere da una notevole pendenza dell’alveo i torrenti creano spesso, al loro sbocco in una valle più ampia o in una zona pianeggiante, conoidi di deiezione in cui si accumulano, per brusca diminuzione di pendenza, i materiali alluvionali[4]. Il corso d’acqua può ricevere acque da altri ruscelli o torrenti e confluire poi in fiumilaghi, altri torrenti o direttamente in mare.

Regime[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Regime fluviale.

Il torrente Argentina quasi del tutto in secca

Rispetto ad un fiume il torrente manca in genere dell’alimentazione da parte di sorgenti regolari e costanti e presenta una notevole alternanza fra le magre estive e le piene autunnali e primaverili (regime torrentizio[5]) in concomitanza con i differenti regimi precipitativi interannuali. Inoltre, contrariamente ad un fiume, un torrente può rimanere secco, privo di acqua.

Facendo riferimento a questa caratteristica i torrenti vengono divisi in permanenti (quando il bacino di raccolta garantisce in tutti i periodi dell’anno il deflusso superficiale nel loro letto), sempermanenti e temporanei. I torrenti permanenti traggono in genere origine da rilievi sui quali durante l’inverno si accumula una notevole massa nevosa, che viene gradualmente persa durante i mesi più caldi. Quelli temporanei invece, oltre che andare in secca nella stagione calda, possono anche presentarsi privi d’acqua durante l’inverno ed attivarsi solo a fronte di precipitazioni di un certo rilievo. Esempi di questo tipo di corso d’acqua sono le fiumare delle zone semi-aride del bacino del Mediterraneo.[6] Altri esempi di torrenti temporanei sono gli Arroyo (America Centrale) e i Uadi (Nord-Africa).

A volte la sparizione dell’acqua è solo apparente, nel senso che il deflusso prosegue nel sottosuolo ed è mascherato dal materiale detritico che costituisce l’alveo del corso d’acqua. Sperimentalmente la cosa può essere facilmente verificata scavando in alveo fino ad incontrare la falda acquifera.[6]

Confronto torrente permanente temporaneo.jpg
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Il diagramma annuale delle portate di un torrente temporaneo (Lerone) a confronto con quello di un torrente perenne (Sessera)

I torrenti, o almeno alcuni tratti del loro corso, sono di solito caratterizzati da una forte azione erosiva, da notevole capacità di trasporto solido, anche di materiali di grosse dimensioni, e delle piene improvvise.[7]. Ciò può provocare danni ai centri abitati e alle vie di comunicazione: spesso nella storia l’uomo ha modificato il corso dei torrenti per limitare i danni e sfruttare le acque convogliandole in canali, oppure ne ha rettificato o modificato il percorso naturale con opere di vario tipo (es. briglie) o ancora ne ha arginato le sponde.[8]

Esempi di torrenti[modifica | modifica wikitesto]

Lo Schwarzach nell’alta Defereggental

L’Agogna, un torrente lungo circa 140 km

A seguire alcuni esempi di torrenti.

Austria[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Salta a:a b Voce torrènte sul dizionario Treccani on-line
  2. ^ Corso di diritto civile secondo il codice francese, Alexandre Duranton, pagina 260; Libreria della Minerva Subalpina, 1841, vedi Google books
  3. ^ Rivista di diritto pubblico e della pubblica amministrazione in Italia: la giustizia amministrativa, Volume 6,Parte 2, anno 1914, pagina 492, vedi Google books
  4. ^ Dizionario Collins dell’ambiente, Gremese Editore, anno 1998, pagina 72, vedi google books
  5. ^ Tutto scienze della terra, Laura Massaglia, ed. De Agostini, anno 2006, vedi Google books
  6. ^ Salta a:a b Ardito Desio, Geologia applicata all’ingegneria, Hoepli, 1973, pp. 225-227.
  7. ^ Pesca: apprendere e praticare l’arte della pesca nelle acque dolci e in mare: ambienti, tecniche, pesci, Alfredo Caligiani, De Agostini; vedi google books
  8. ^ AA.VV., Giornale dell’ingegnere-architetto ed agronomo, Milano, Saldini, 1858.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Fiume

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Piena” rimanda qui. Se stai cercando la località francese, vedi Piena (Francia).
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Fiume (disambigua).

Il fiume è un corso d’acqua perenne che scorre sulla superficie terrestre (o in alcuni casi al di sotto di essa) guidato dalla forza di gravità; può essere alimentato dalle precipitazioni piovose, dallo scioglimento di nevi o ghiacciai o dalle falde idriche sotterranee[1]. Raccoglie le acque di una superficie fisicamente delimitata da spartiacque detta bacino idrografico, lungo un percorso variabile nel tempo con una pendenza anch’essa variabile, e termina il suo corso in un mareoceanolago o altro fiume.[2]

Geomorfologia[modifica | modifica wikitesto]

Ponte sul Volturno a Capua

Il Simeto, nel territorio di Adrano

Il Grand Canyon con il fiume Colorado

Il delta del Volga nella Russia meridionale

L’Oder a Stettino (Polonia)

Il ponte di Brivio sul fiume Adda

Un fiume generalmente nasce da una (o più di una) sorgente, scorre lungo un alveo e termina con una (o più di una) foce. Al fiume si possono unire, lungo il suo percorso, altri corsi d’acqua, che costituiscono i suoi affluenti. L’insieme del fiume e di tutti i suoi affluenti forma il reticolo idrografico.[2] Il fiume termina gener